Quante sono, dove si collocano, come si costruiscono e perché possono essere il futuro dell’alimentazione locale energetica nel Belpaese. Il punto sullo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili italiane in questa intervista alla vicepresidente di ènostra Chiara Brogi
Sapete cosa sono le CER? Le comunità energetiche rinnovabili sono un insieme di cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali che condividono l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti nella disponibilità di uno o più consociati. Le CER sono una delle leve più integrate nella transizione energetica, perché mettono insieme i tre pilastri della sostenibilità. Il primo è quello ambientale, grazie al passaggio alla produzione di energia rinnovabile; quindi, lo sviluppo sociale, reintegrando legami comunitari o creando nuove connessioni tra persone ed enti; infine l’aspetto economico, dato che questa condivisione in prospettiva porta un vantaggio monetario ma rientra soprattutto in una visione circolare del futuro. Nate in Italia con il decreto legge 162 del 2019, la prima è stata inaugurata ufficialmente a Magliano Alpi (Cuneo) nel 2021. Quante sono adesso e come funzionano? Lo abbiamo chiesto in questa intervista a Chiara Brogi, vicepresidente di ènostra e coordinatrice dell’area socio-legale del team CER.
A che punto è lo stato di avanzamento delle CER in Italia?
A fine novembre 2025, le CER erano circa 1600 in tutta Italia. La potenza complessiva degli impianti a disposizione delle CER arrivava a circa 160 MW, a fronte di un obiettivo di 5 GW entro il 2027 come spiega Brogi:
«I cittadini coinvolti sono circa 16.000: una CER ha in media circa 10 membri per configurazione e la potenza media per impianto è di 10 kW. Siamo quindi ancora in una fase sperimentale dello sviluppo delle CER».
Il problema è dipeso anche da alcuni cambiamenti della normativa di categoria:
«L’evoluzione normativa è stata purtroppo caratterizzata da cambi repentini. A 10 giorni dalla scadenza del bando PNRR del 30 novembre 2025 il MASE ha tagliato del 64% lo stanziamento dei 2,2 miliardi di euro inizialmente promessi per contributi a fondo perduto fino al 40% per la spesa in impianti a servizio di CER. Ci sono progetti che ammontano a circa 700 milioni di euro che al momento rimangono scoperti a causa del taglio».
Quali sono le aree del Paese dove stanno crescendo di più?
«Le regioni con più CER sono la Lombardia e il Piemonte, seguite da Veneto e Sicilia. Poi c’è una distribuzione nel resto d’Italia più omogenea e moderata (a parte Basilicata, Abruzzo, Valle d’Aosta e Liguria che vedono uno sviluppo molto basso)».
Quali sono i principali ostacoli per la loro diffusione?
Considerando che si tratta di vettori di autoproduzione energetica pulita e dato il successo in paesi come la Germania, ci si aspetta una crescita costante delle CER. Cosa potrebbe essere migliorato per renderle più diffuse?
«Innanzitutto la complessità amministrativa e burocratica. La costituzione del soggetto giuridico della CER è caratterizzata da procedure lunghe e articolate. Un ulteriore limite è la mancanza di risorse economiche nella fase di avvio, anche perché molte comunità nascono grazie a un impegno volontario dei promotori. Per progetti solidi e stabili nel tempo servono fondi per la progettazione e la gestione operativa. A ciò si aggiunge il bisogno di competenze e know-how: far funzionare una CER significa gestire aspetti tecnici, legali, fiscali e organizzativi complessi. Infine, incidono anche i ritardi e le difficoltà operative del GSE, sia nell’erogazione degli incentivi sia nel fornire risposte tempestive e chiare ai quesiti dei promotori. Le regole tecniche non sempre risultano facilmente interpretabili».
Le CER sono di supporto alla mobilità sostenibile o condivisa?
Sicuramente, considerando che aumentando la domanda di elettricità, la mobilità sostenibile ed elettrica è destinata a giocare un ruolo nello sviluppo delle comunità energetiche, come spiega la vicepresidente di ènostra:
«Le auto elettriche, ad esempio, potranno costituire un contributo sempre più rilevante alla condivisione dell’energia rinnovabile nelle CER. I membri che possiedono auto elettriche potranno infatti ricaricarle nei momenti di picco di produzione degli impianti fotovoltaici, contribuendo a generare incentivi e quindi impatti positivi sulle CER. Oltre a diventare attori rilevanti nelle performance delle CER, le auto elettriche vehicle-to-grid (V2G), in grado cioè di immettere energia in rete, avranno un ruolo essenziale nelle iniziative di flessibilità energetica. In queste iniziative le batterie dei veicoli elettrici potranno essere trasformate in veri e propri sistemi di accumulo».
Quali paesi europei sono un esempio da seguire?
Brogi menziona due esempi in Francia e in Olanda, in particolare su come sia stato esteso il tema delle CER anche al riscaldamento:
«In Europa il concetto di comunità energetiche rinnovabili stia iniziando a riguardare anche iniziative di “riscaldamento collettivo”. Ad esempio, il 9 dicembre scorso il Senato olandese ha adottato una nuova legge che mira a garantire l’accessibilità economica, l’affidabilità e la sostenibilità della fornitura di riscaldamento collettivo, anche grazie al ruolo di controllo assegnato agli enti locali».
La seconda in Francia riguarda una società chiamata Forestener che conta tra i fondatori anche cooperative energetiche:
«Si tratta di un’impresa che progetta, realizza e gestisce piccole centrali termiche e reti di teleriscaldamento da fonte rinnovabile ad azionariato diffuso, con una governance condivisa che coinvolge cittadini, enti locali, imprese e cooperative energetiche. Ad oggi sono già in esercizio 25 impianti di teleriscaldamento da biomassa, per un totale di 18 GWh/anno di calore distribuito».
Cosa consiglierebbe a chi intenda oggi partecipare o avviare una CER?
Ci sono due diverse strade, a seconda della presenza o meno di una comunità energetica rinnovabile nel territorio di riferimento:
«Se esiste già una CER sul territorio(ndr, ecco la mappa interattiva delle cabine primarie del GSE) spesso è meglio aderire piuttosto che crearne una nuova, soprattutto considerando le difficoltà burocratiche. In presenza di più CER, è importante valutare i principi e gli obiettivi di ciascuna, scegliendo quella più in linea con i propri valori (ad esempio il sostegno a progetti sociali). Aggregarsi a realtà già avviate permette di valorizzare il lavoro già fatto e rafforzare comunità che spesso hanno ancora pochi membri. Se invece non esistono CER affini a noi, è possibile avviarne una nuova affidandosi a soggetti esperti che possano accompagnare il percorso. Serve un gruppo promotore con competenze diverse e un’attenta ricerca di risorse, ad esempio attraverso bandi regionali o fondazioni private».








