Nella Valle del Potenza sorge l’Abbazia di Rambona, culla di un misterioso dittico d’avorio oggi custodito in Vaticano. Tra Lupa capitolina e Crocifissione, un enigma iconografico lungo mille anni.

Nel cuore della Valle del Potenza, tra le colline del comune di Pollenza, sorge uno dei complessi monastici più affascinanti delle Marche. È l’Abbazia di Santa Maria e San Flaviano di Rambona, fondata nell’898 dalla regina longobarda Ageltrude. Sorse sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato alla dea Bona. L’abbazia custodisce oggi soprattutto un ricordo: quello del suo tesoro più prezioso, il Dittico di Rambona. Questo capolavoro in avorio scolpito vive da secoli lontano dalle sue origini marchigiane, nel Museo Sacro dei Musei Vaticani.

Il Dittico di Rambona: un enigma tra sacro e profano

Il dittico eburneo è composto da due valve di circa 31 per 14 centimetri ciascuna. Rappresenta una sintesi rara di cultura classica, simbolismo pagano, teologia carolingia e rito bizantino. Sulla valva sinistra è scolpita la Crocifissione, con il Cristo affiancato dalla Vergine e da San Giovanni. Sopra la croce compaiono le personificazioni del Sole e della Luna. È però il registro inferiore a custodire il vero enigma dell’opera. Ai piedi della croce compare la Lupa capitolina che allatta Romolo e Remo, con l’iscrizione “ROMA”. L’accostamento di un simbolo così pagano al sacrificio di Cristo ha alimentato per secoli letture diverse. Per alcuni studiosi si tratterebbe di una vera e propria “translatio imperii”. Rappresenterebbe cioè la vittoria del Cristianesimo sull’Impero Romano pagano, a fondamento del potere dei papi carolingio-longobardi. Per altri sarebbe invece un’affermazione di supremazia civica. Un modo per rimarcare l’influenza di Roma sull’Italia centrale contro le ingerenze bizantine.

Sulla valva destra trova spazio la Vergine in Maestà con il Bambino, incoronata e sorretta da due angeli. Nel registro inferiore sono raffigurati tre santi in paramenti vescovili: San Silvestro, San Flaviano e San Gregorio Magno. San Flaviano era patriarca di Costantinopoli, e le sue reliquie giunsero proprio a Rambona. A rendere l’opera ancora più preziosa è l’iscrizione dedicatoria nella fascia inferiore. Vi si legge la formula di committenza di Odelrico, abate del monastero. Questo elemento ha permesso agli storici dell’arte di collocare con precisione la datazione del manufatto. L’opera risale così tra la fine del IX e l’inizio del X secolo.

Dal trafugamento ai Musei Vaticani: la storia di un capolavoro conteso

Il percorso che ha portato il dittico lontano da Rambona è tutt’altro che lineare. Con la progressiva decadenza del monastero e le soppressioni religiose dei secoli successivi, l’opera fu asportata dal suo contesto originario. Passò così nelle mani di collezionisti privati. Tra questi figura anche il senatore fiorentino Filippo Buonarroti, pronipote del celebre Michelangelo. Nel corso del Settecento ebbe modo di studiare l’avorio, contribuendo a diffonderne la conoscenza tra gli eruditi dell’epoca. Solo in seguito il dittico entrò a far parte delle collezioni pontificie. Trovò infine collocazione nel Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove è tuttora conservato ed esposto al pubblico.

Per chi visita oggi l’Abbazia di Rambona, l’assenza dell’originale non significa rinunciare del tutto al fascino dell’opera. Nella cripta è esposta una riproduzione fedele del dittico, un calco realizzato con grande cura. Permette ai visitatori di apprezzarne i dettagli iconografici senza dover raggiungere i Musei Vaticani. È un piccolo ritorno simbolico, che restituisce all’abbazia marchigiana almeno l’immagine del suo tesoro perduto.

L’Abbazia oggi: la cripta, gli affreschi e come raggiungerla

Della struttura originaria fondata da Ageltrude resta oggi visibile soprattutto la cripta, anch’essa databile tra il IX e il X secolo. È considerata il vero cuore architettonico del complesso. È caratterizzata da tre absidi incastrate tra loro, da colonne romane di reimpiego e da capitelli di gusto carolingio-longobardo. La cripta racconta, meglio di ogni altro elemento, la stratificazione storica del sito. A questo nucleo altomedievale si aggiungono testimonianze pittoriche più tarde. Si tratta in particolare degli affreschi quattrocenteschi attribuiti a Matteo da Gualdo e alla scuola camerinese. Arricchiscono gli interni con un repertorio figurativo di grande interesse per chi ama l’arte tardogotica marchigiana.

Raggiungere l’abbazia è piuttosto agevole per chi vuole fare un viaggio nel medioevo;

  • Percorrendo la A14 Bologna-Taranto da nord, conviene proseguire fino a Civitanova Marche. Da lì si imbocca la superstrada SS77 direzione Val di Chienti, verso Tolentino e Foligno. Si esce poi a Macerata Ovest-Pollenza;
  • Chi proviene da sud può seguire lo stesso schema, uscendo dalla A14 direttamente a Civitanova Marche;
  • Anche chi arriva da ovest, dalla direttrice umbra e tirrenica, può immettersi sulla SS77 provenendo da Foligno e Colfiorito. In questo caso si esce a Tolentino Est o a Macerata Ovest-Pollenza.

In tutti i casi, lungo il tratto autostradale risultano comodi i servizi di telepedaggio. Permettono di transitare ai caselli senza fermarsi, velocizzando il tragitto verso la Valle del Potenza. Una volta usciti dalla superstrada, basta seguire le indicazioni per Pollenza e Passo di Treia. Si raggiunge così Contrada Rambona, dove è disponibile un’area di sosta adatta sia alle autovetture sia ai pullman turistici.

Tra storia longobarda, iconografia enigmatica e un capolavoro conteso tra le Marche e Città del Vaticano, l’Abbazia di Rambona resta un luogo speciale. Racconta, attraverso pietra e avorio, mille anni di storia italiana.