Nel 1928 l’Aeronave Italia tentò una delle imprese più audaci mai concepite: raggiungere il Polo Nord in volo. Non fu solo un’avventura, ma una pagina epica (e tragica) dell’aeronautica italiana.
Nel 1928 l’Italia varcava i confini dell’esplorazione artica con un dirigibile che portava il suo stesso nome. L’Aeronave Italia, progettata e comandata da Umberto Nobile, partì per una missione scientifica tra le più ambiziose del suo tempo: raggiungere il Polo Nord, studiarne l’ambiente, aprire nuove rotte nel cuore dell’Artico.
Il suo volo, e soprattutto la sua fine, avrebbero segnato per sempre la storia dell’aeronautica mondiale. Ecco cosa successe.
Il dirigibile Italia: nascita di un’impresa
Nato come N-4, l’aeronave Italia fu un dirigibile semirigido progettato e costruito a Roma nel 1927 sotto la direzione di Umberto Nobile, pioniere dell’aeronautica italiana. Inizialmente pensato per scopi militari, fu presto destinato a un’impresa ben più ambiziosa: una spedizione scientifica al Polo Nord promossa dalla Reale Società Geografica Italiana, con il pieno sostegno della Regia Marina e la collaborazione di enti scientifici italiani e stranieri.
L’idea era quella di riprendere quanto fatto con il Norge nel 1926, ma spingersi oltre: non solo sorvolare l’Artico, ma esplorarlo, cartografarlo, raccoglierne dati geofisici. L’Aeronave Italia venne equipaggiata con strumenti scientifici d’avanguardia, sistemi radiotelegrafici di lunga portata e migliorie tecniche derivate dall’esperienza precedente. A bordo, oltre all’equipaggio tecnico e militare, viaggiavano fisici, meteorologi, navigatori, e persino una mascotte: la fox terrier Titina.
Un capitolo importante della storia dell’aeronautica italiana
Mai prima di allora un dirigibile era stato concepito come laboratorio volante destinato a raccogliere dati meteorologici, magnetici, oceanografici e geografici in condizioni estreme.
L’obiettivo era coprire vaste aree ancora sconosciute tra la Groenlandia e la Siberia, effettuando rilevazioni sistematiche. La spedizione, interamente organizzata e condotta da italiani, si serviva anche di una nave appoggio, la Città di Milano, e di una base operativa nella Baia del Re, nelle Svalbard – oggi una delle migliori destinazioni per ammirare l’aurora boreale – dove già esistevano strutture realizzate per il Norge.
I voli e l’incidente: la spedizione al Polo e il naufragio sul ghiaccio
Dopo un lungo viaggio di trasferimento, il dirigibile Italia decollò dalla Baia del Re per tre voli esplorativi. I primi due permisero di esplorare decine di migliaia di chilometri quadrati, correggere mappe e raccogliere dati preziosi. Il terzo, partito il 23 maggio 1928, aveva come obiettivo raggiungere il Polo Nord e, se possibile, atterrarvi.
Il Polo venne effettivamente raggiunto poco dopo la mezzanotte del 24 maggio. Da bordo furono lanciati il tricolore, il gonfalone di Milano e una croce in legno benedetta da Papa Pio XI. Ma il tempo peggiorava. Durante il rientro, venti contrari, ghiaccio sulle eliche, una perdita di gas e forse la stanchezza del comandante misero in crisi l’aeronave. Il 25 maggio, alle 10:33, il dirigibile precipitò sul pack artico: la navicella di comando si sfasciò nell’impatto e dieci uomini vennero scaraventati a terra. Sei rimasero intrappolati nell’involucro, che alleggerito riprese quota e scomparve. Non furono mai più ritrovati.
I sopravvissuti si rifugiarono in una tenda da campo, che colorarono di rosso per renderla visibile. Lì rimasero bloccati per 49 giorni. Con loro c’era anche una piccola radio da campo, la “Ondina”, con cui il marconista Giuseppe Biagi riuscì, dopo giorni di tentativi e guasti tecnici, a inviare un primo messaggio di soccorso. Solo il 6 giugno un radioamatore sovietico captò frammenti di messaggio, e il 9 giugno la Città di Milano riuscì finalmente a localizzarli.
L’arrivo dei soccorsi e il recupero dei superstiti
A quel punto si mosse una vasta rete di soccorsi internazionali, che coinvolse l’Italia, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Francia e soprattutto l’Unione Sovietica. Tra i mezzi impiegati vi fu anche il rompighiaccio sovietico Krassin, che fu determinante nel raggiungere i naufraghi. Nel frattempo, diversi tentativi fallirono e alcuni costarono la vita: nove soccorritori morirono, tra cui l’esploratore Roald Amundsen.
Il primo a raggiungere i superstiti fu un piccolo velivolo svedese, con l’ordine di recuperare Nobile, affinché potesse coordinare il resto delle operazioni.
L’eredità dell’Italia
La vicenda del dirigibile Italia chiuse l’epoca dei dirigibili militari italiani ma lasciò un’eredità profonda. In Italia e in Europa, diversi musei custodiscono cimeli e documenti della spedizione: la celebre “Tenda Rossa” è esposta al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, mentre la piccola Titina – la fox terrier che seguì Nobile fino all’Artico – è oggi conservata impagliata al Museo dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, a Bracciano. La stazione radio da campo è invece custodita al Museo Tecnico Navale de La Spezia.
Negli ultimi anni, nuove spedizioni scientifiche come PolarQuest hanno provato a localizzare il relitto, sfruttando sonar e tecnologie avanzate, anche grazie al ritiro dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale. Ad oggi, l’Italia rimane ancora dispersa, ma non dimenticata.
Fonte foto: sito Archivio Fotografico Società Geografica Italiana Onlus.








