Sfruttare in maniera intensiva i terreni ha provocato, negli ultimi decenni, dei danni importanti che si ripercuotono sulla quantità e la qualità dei raccolti. Nasce così l’agricoltura rigenerativa che mira a ristabilire il giusto equilibrio e a ridare le potenzialità iniziali alla nostra terra

Il cambiamento climatico impatta pesantemente su tanti aspetti: dalle migrazioni alla giustizia sociale, dallo stop ai veicoli a motore termico dell’UE al turismo nelle mezze stagioni. Tra tutti, il settore agroalimentare è tra i più colpiti, come dimostra anche il calo nella produzione di vino. Per questo, incrementare la resilienza dei sistemi agricoli e promuovere pratiche di coltivazione sostenibili sono passaggi fondamentali per affrontare le sfide future e assicurare una produzione alimentare stabile e abbondante nel tempo.

É complicato dare una definizione assoluta di agricoltura rigenerativa ma, individuando quali sono gli obiettivi che si pone e ciò che viene messo in pratica per raggiungerli, ci si può fare un’idea più precisa.

Cosa si vuole ottenere con l’agricoltura rigenerativa

L’obiettivo principale dell’agricoltura rigenerativa è sicuramente quello di migliorare lo stato di salute del suolo incrementando la qualità delle acque, sequestrando carbonio dall’atmosfera e incentivando la biodiversità.

Tutto ciò contribuisce direttamente ad aumentare la produttività delle coltivazioni sia in termini qualitativi che quantitativi, contribuendo nel mentre ad assicurare un migliore livello di benessere socio-economico alla categoria degli agricoltori e anche maggiore sicurezza alimentare ai consumatori.

Come funziona l’agricoltura rigenerativa

Per ripristinare le caratteristiche originarie del suolo o potenziarle, l’agricoltura rigenerativa fa ricorso ad alcune pratiche agricole specifiche, a cui si aggiungono gli strumenti tipici dell’agricoltura 4.0. Vediamole insieme nel dettaglio.

Tecniche di agricoltura conservativa

Le tecniche di agricoltura conservativa riducono al minimo lo sfruttamento del suolo.
Ecco le più famose:

  • No Tillage (Senza Lavorazione): questo è l’approccio più soft che implica l’eliminazione totale dell’aratura e delle lavorazioni del terreno. Per mettere in pratica il No Tillage si utilizzano seminatrici specifiche progettate per penetrare gli strati di residui del ciclo colturale precedente, seminare e ricoprire il seme nel terreno senza disturbare il suolo. Tutto il processo, infatti, avviene in un unico passaggio, riducendo al minimo lo scuotimento del suolo;
  • Minimum Tillage (Lavorazione Minima): il minimum tillage comporta una riduzione ai mini termini delle operazioni di lavorazione del suolo rispetto alla pratica tradizionale.
    Le lavorazioni vengono limitate a un numero ridotto e a bassa intensità, solitamente a una profondità compresa tra 5 e 15 cm. L’obiettivo è quello di disturbare il terreno il meno possibile, ma comunque permettendo una certa aerazione e preparazione per la semina;
  • Strip Tillage (Lavorazione a Fasce): lo strip tillage coinvolge la lavorazione del terreno solo nelle fasce corrispondenti alle linee di semina, che solitamente occupano una percentuale ridotta del terreno totale (tipicamente tra il 25% e il 45%). Anche questa tecnica viene eseguita a profondità limitate, di solito intorno ai 15-25 cm, concentrando l’azione di lavorazione solo nelle zone necessarie per la semina. Spesso viene sfruttata la tecnologia di geolocalizzazione dei mezzi agricoli per identificare e lavorare solo le fasce specifiche, riducendo al minimo l’effetto sulla restante parte del terreno.

Rotazioni e cover crops

L’uso delle cover crops e dei sistemi di rotazione colturale è fondamentale per massimizzare i benefici delle pratiche di agricoltura conservativa.

Le cover crops insieme ai residui colturali lasciati in campo fungono da copertura protettiva, riducendo l’esposizione del suolo agli agenti atmosferici come pioggia e vento, e quindi limitando l’erosione. Inoltre contribuiscono ad alimentare l’attività biologica del suolo, fornendo materia organica che viene decomposta dagli organismi del suolo, migliorandone la struttura e aumentandone la fertilità nel lungo periodo.

La rotazione colturale, invece, contribuisce a prevenire l’insorgenza di patologie specie-specifiche, migliorare la struttura del suolo grazie all’azione di radici diverse e limitare la perdita di biodiversità e fertilità.

In sintesi, l’adozione combinata di queste pratiche contribuisce a creare sistemi agricoli più sostenibili e resilienti nel lungo periodo.