La città olandese è stata una delle prime in Europa ad adottare il modello dell’ “economia a ciambella”, basata sulla considerazione dell’ambiente così come dei bisogni sociali dei cittadini. Da questa impostazione, nascono iniziative creative di condivisione dei beni: eccone alcune in questa intervista di Moveo all’ex Programme Director di Amsterdam InChange
Tutto inizia nel 2020, subito dopo la fine della pandemia, quando la città di Amsterdam decide di adottare un modello economico creato dall’economista dell’Università di Oxford Kate Raworth: l’ “economia a ciambella“. Un modello di sviluppo sostenibile che stabilisce il minimo necessario per condurre una buona esistenza: cibo, acqua pulita, alloggi, istruzione, partecipazione politica, servizi igienici e sanitari. E naturalmente mobilità. Allo Smart City Expo 2024 a Barcellona, Moveo ha intervistato Francien Huizing, che fino a novembre scorso è stata la Programme Director di Amsterdam InChange. Quest’ultima è la piattaforma di innovazione “open” per la regione di Amsterdam che mette in connessione governi, accademie, organizzazioni della società civile e aziende innovative: un totale di circa diecimila changemaker. L’obiettivo? Trovare soluzioni creative utili al futuro della città.
Sharing mobility in common: cosa significa?
Il fascino della sharing economy, la modalità di consumo basato su pratiche di scambio e condivisione di beni e servizi poggia anche sulle numerose opportunità di sharing mobility(mezzi di trasporto in condivisione, come bici, scooter e monopattini). Spesso però, ci sono dei problemi nelle grandi città. Huizing racconta quale soluzione ha adottato Amsterdam:
«Ci sono aree urbane dove non c’è convenienza economica nell’aprire degli spot per le aziende private di sharing mobility. Si tratta spesso delle aree urbane più disagiate in cui tra l’altro i servizi pubblici, per diverse ragioni, sono meno presenti. Per cui abbiamo stipulato un’intesa tra operatori e Comune attraverso cui i vicini dichiarano quante macchine gli servono esattamente in una certa area urbana: la tutela delle auto va ai cittadini, che le ottengono ad un prezzo di accesso low-cost»
Un tema importante perché poggia sulla responsabilizzazione dei cittadini:
«Così realizziamo l’accesso alla mobilità per i cittadini nei luoghi dove è più difficile scegliere forme classiche di condivisione o che sono meno servite dai trasporti pubblici. Si definisce come “sharing mobility in common“»
Quali sono i riflessi sociali di questa iniziativa?
Oltre al vantaggio di una qualità dell’aria migliore, data dall’arricchimento di veicoli elettrici nel parco auto urbano, la delegata di Amsterdam InChange spiega:
«La differenza rispetto al car sharing classico è che è condiviso, ad esempio, tra persone del quartiere o del vicinato: come avere una flotta sharing locale. E questo aiuta anche la tutela del parco macchine. Soprattutto supporta l’evoluzione delle relazioni sociali di prossimità e la tutela degli spazi pubblici»
Cosa proponete a livello di energia condivisa?
Uno dei grandi temi legati alla transizione energetica è lo smaltimento dei pannelli solari a fine vita. Diventano un rifiuto spesso così impattante da far ricredere sulla sua validità come soluzione sostenibile. Amsterdam ha deciso di chiudere il cerchio (e non in senso metaforico):
«Non basta solo creare tecnologia: bisogna renderla accessibile a tutti in forme condivise e a prezzi convenienti. Per questo abbiamo lavorato sul fine vita dei pannelli solari e delle grandi e piccole pale eoliche. Da noi sono strumenti molto usati, ma dopo un ampio uso si accumulano come rifiuti. Così abbiamo progettato pannelli e pale eoliche che siano circolari, quindi recuperabili a fine utilizzo: questo ne aiuta il recupero ma anche la condivisione con nuovi utenti. Che ricevono incentivi economici, qualora ne avessero bisogno date le loro capacità di spesa, per acquistarli»
Gentrificazione: come si condividono i quartieri?
Anche Amsterdam ha il problema della gentrificazione crescente: le case costano sempre di più e questo causa una fuga dei residenti dal centro come dalle periferie urbane. Francien Huizing racconta cosa sta facendo la città per affrontare questo tema:
«Costruiamo edifici per il futuro e non perché debbano essere rinnovati tra qualche anno: questo significa imporre l’adozione di materiali di alta qualità e sostenibili ai costruttori. Coloro che da noi presentano grandi progetti immobiliari hanno soprattutto un altro vincolo: devono dedicare almeno il 30% dell’area interessata al social housing. Così cerchiamo di promuovere una migliore interazione sociale»
Che valori di innovazione porta questa interazione?
Ci sono diversi spunti utili per comprendere come lo scambio di conoscenze tra persone diverse porti innovazione sociale e aumenti l’integrazione. La delegata di Amsterdam InChange cita un’iniziativa particolare adottata dalla città olandese:
«Abbiamo creato forme di connessione tra studenti universitari e gli sviluppatori locali delle comunità energetiche. Si tratta di progetti complessi che a volte necessitano di consulenza tecnica. Che spesso è onerosa, specie per chi sviluppa questi progetti in aree economicamente più disagiate. Così invece gli studenti fanno un’esperienza professionale che possono inserire nel loro curriculum e si supporta direttamente lo sviluppo di piccole comunità che avranno energia pulita a basso costo»








