A Roma, a due passi da Trastevere e a quattro passi dal Rione Monti, davanti all’Isola Tiberina, si nasconde uno dei tesori della Capitale: l’antico ghetto ebraico, carico di cultura, storia e tradizione. Istituito nel 1555, è il più antico al mondo dopo quello di Venezia.

Situato tra Largo di Torre Argentina e l’Isola Tiberina, l’antico ghetto ebraico, pur trovandosi nel centro di Roma, ha saputo preservare nel tempo la sua autenticità. Con il Tevere da un lato e Piazza Venezia dall’altro, il quartiere si trova in una posizione particolare. Esplorarlo significa immergersi in un universo fatto di cultura, storia e tradizioni. Ecco tutto quello che c’è da sapere su questo luogo unico, dai monumenti a dove assaggiare le migliori pietanze della cucina kosher.

La storia dell’Antico Ghetto Ebraico di Roma

Per comprendere appieno l’importanza e il significato del quartiere ebraico di Roma, è fondamentale ripercorrerne la storia. Istituito nel 1555 da papa Paolo IV, è il più antico del mondo occidentale dopo quello di Venezia, che risale al 1526. La sua creazione privò gli ebrei romani di tutti i propri diritti, confinandoli all’interno di un’area chiusa.

In origine il ghetto aveva solo due accessi: uno per entrare e uno per uscire. La vita al suo interno era regolata da restrizioni severe, tra cui l’obbligo di residenza esclusiva nel quartiere, il dovere di indossare un simbolo distintivo, il divieto di possedere proprietà immobiliari e la limitazione a commerci specifici, come quello degli abiti usati.

Con il tempo il quartiere si espanse e nel 1849, in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana, fu finalmente liberato. Fu solo con l’annessione di Roma al Regno d’Italia e con la fine del dominio papale, nel 1870, che la zona subì una profonda trasformazione urbanistica, che portò alla demolizione degli antichi edifici e alla nascita di nuove vie, come via del Tempio, via Catalana e via del Portico d’Ottavia.

Il capitolo più tragico della storia dell’antico ghetto si consumò il 16 ottobre 1943. All’alba le truppe naziste rastrellarono oltre mille ebrei dalle loro case. Due giorni dopo i prigionieri furono deportati ad Auschwitz, dove trovarono la morte. Solo 16 persone sopravvissero a quella terribile pagina di storia. Oggi il quartiere è inevitabilmente uno dei principali luoghi simbolo della Memoria di Roma.

Cosa vedere nell’Antico Ghetto Ebraico

Nell’antico ghetto ebraico si trovano alcuni tra i monumenti più interessanti della città. Tra questi il Portico d’Ottavia, la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, così chiamata perché ricavata all’interno dell’antico mercato del pesce costruito sui resti del portico stesso, e la casa di Lorenzo Manilio, esempio di architettura rinascimentale. Meritano una visita anche la Chiesa di San Gregorio in Divina Pietà, dedicata a papa Gregorio Magno, che aveva garantito la libertà di culto agli ebrei nel VI secolo, e il Pons Judaeroum, meglio conosciuto come Ponte dei Quattro Capi, che collega il ghetto all’Isola Tiberina. Da non perdere ci sono anche la Chiesa di Santa Maria in Campitelli, luogo di rifugio e preghiera durante la Seconda Guerra Mondiale, e la splendida Fontana delle Tartarughe, una delle più eleganti di Roma.

Camminare tra le vie e le piazze del quartiere regala scorci indimenticabili, come Via della Reginella, via di Sant’Ambrogio, via del Tempio, piazza delle Cinque Scole e piazza dei Cenci.

Il Tempio Maggiore

Con la breccia di Porta Pia nel 1870 e la conquista di Roma da parte dell’esercito italiano, gli ebrei ottennero finalmente la piena emancipazione: con il riconoscimento dei diritti civili, si aprì per loro la possibilità di costruire sinagoghe monumentali, un sogno a lungo negato.

Tra i requisiti per il nuovo Tempio vi era la richiesta che fosse visibile da ogni punto panoramico della città e che sorgesse in un luogo simbolico legato alle lotte risorgimentali. La scelta ricadde su Piazza delle Cinque Scole, affacciata sul Tevere e situata tra il Campidoglio, simbolo del governo cittadino, e il Gianicolo, dove si trova il monumento a Garibaldi. Questo luogo rappresentava idealmente la ritrovata libertà.

Il Tempio Maggiore, una delle sinagoghe più grandi d’Europa, si erige proprio sul terreno dove sorgeva l’antico ghetto, demolito e bonificato secondo il piano regolatore del 1888. I lavori iniziarono nel 1901 con il sostegno del re Vittorio Emanuele II, che non solo confermò la cittadinanza italiana per gli ebrei, ma ordinò anche la ricostruzione del quartiere. Una cerimonia solenne inaugurò la Sinagoga il 28 luglio 1904.

La Sinagoga di Roma

L’edificio, massiccio e imponente, ha una base quadrata ed è sormontato da una grande cupola rivestita in alluminio, anch’essa di forma quadrata. Lo stile architettonico è eclettico, con influenze assiro-babilonesi che richiamano le origini storiche della comunità. Al piano interrato si trovano il Museo della Comunità Ebraica di Roma e il Tempio Spagnolo, una piccola sinagoga arredata con elementi provenienti dalle antiche “cinque scole”: la Castigliana, la Catalana, la Siciliana, la Nova e l’Italiana.

Gli arredi provenivano dalle vecchie sinagoghe, mentre i migliori artisti liberty dell’epoca si occuparono delle decorazioni. Le vetrate furono realizzate da Cesare Picchiarini, mentre i dipinti si devono a Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli. L’interno è ornato con motivi orientali, e il pulpito (Bimah), in stile Art Nouveau, ospita un pregiato organo a canne costruito nel 1904 dai fratelli Rieger.

Oggi il Tempio è visitabile dal pubblico dalla domenica al giovedì, mentre il sabato è riservato esclusivamente al culto religioso.

Il Portico d’Ottavia

Il Portico d’Ottavia è l’unico esempio ancora visibile dei grandi portici che un tempo delimitavano, sul lato settentrionale, la piazza del Circo Flaminio, che corrisponde all’area dell’antico ghetto ebraico. Originariamente edificato come Portico di Metello, fu ricostruito tra il 27 e il 23 a.C. per volere di Augusto e dedicato a sua sorella Ottavia.

Nel 203 d.C., dopo un incendio nel 191, il complesso fu restaurato e parzialmente ricostruito dall’imperatore Settimio Severo, a cui si devono la maggior parte dei resti oggi visibili. In origine il portico era un imponente quadriportico che comprendeva il Tempio di Giunone Regina, affiancato in epoca augustea dal Tempio di Giove Statore, il primo edificio a Roma costruito interamente in marmo. Qui si trovavano anche due biblioteche, una greca e una latina, oltre alla Curia Octaviae, uno spazio destinato alle assemblee pubbliche.

In epoca tardoantica e medievale, le arcate del portico si trasformarono nel Forum Piscium, o Pescheria Vecchia, il principale mercato del pesce di Roma, attivo fino alla fine dell’Ottocento. L’unica traccia rimasta di questa attività è una pietra situata a destra del grande arco del Portico, utilizzata per misurare il pesce di grandi dimensioni.

Nel VIII secolo sulle strutture del portico e degli edifici circostanti fu costruita la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, che inglobò una delle colonne posteriori e parte del timpano, ancora visibili al suo interno.

Oggi un passaggio collega il portico agli edifici di via di Foro Piscario e al Teatro di Marcello, chiamato anche il Piccolo Colosseo.

Il Teatro di Marcello

Teatro di Marcello, Roma

Il Teatro di Marcello, uno degli edifici più imponenti della Roma antica, si erge nel Campo Marzio sul sito del Theatrum ad Apollinis. Il progetto fu avviato da Giulio Cesare e ampliato da Augusto, che lo inaugurò tra il 13 e l’11 a.C., dedicandolo a Marco Claudio Marcello, suo nipote e successore designato, morto prematuramente.

Nel tempo il teatro, restaurato da Vespasiano e da Alessandro Severo, fu utilizzato fino al IV secolo, per poi essere trasformato in fortezza nel Medioevo e successivamente incorporato nel Palazzo Savelli nel Cinquecento. Tra il 1926 e il 1932 il Comune di Roma liberò l’edificio dalle sovrastrutture, riportandolo al suo aspetto originario.

Con un diametro di 130 metri, il teatro poteva ospitare fino a 20.000 spettatori. La cavea semicircolare aveva gradinate in marmo bianco, mentre la facciata esterna in travertino era composta da arcate con semicolonne doriche e ioniche. La scena, decorata con colonne e statue in marmo, era protetta da un velario, mentre alle sue spalle un’abside la difendeva dalle inondazioni del Tevere.

I Templi di Bellona e di Apollo Sosiano

Nell’area archeologica intorno al Teatro di Marcello si trovano i resti dei Templi di Apollo Sosiano e di Bellona, testimonianze della Roma repubblicana. Il Tempio di Bellona, che risale al 296 a.C. e che è dedicato alla dea della guerra, era un edificio con sei colonne sul fronte e undici sui lati, poggiato su un alto podio di cui oggi resta il nucleo cementizio di età augustea. Il Tempio di Apollo, originariamente costruito nel 431 a.C. e restaurato in età augustea da Gaio Sosio, presentava una struttura simile, con due scale laterali. Attualmente si conservano tre colonne corinzie in marmo bianco, ricostruite nel 1940.

La Fontana delle Tartarughe

Poco distante dal Portico d’Ottavia si trova una delle fontane più eleganti di Roma: la Fontana delle Tartarughe, incorniciata dai nobili palazzi della famiglia Mattei, che diedero anche il nome alla piazza. Realizzata tra il 1581 e il 1588 su progetto di Giacomo Della Porta, la fontana è famosa per la sua armoniosa bellezza e per una romantica leggenda.

Secondo il racconto, il duca Mattei, noto per il suo amore per il gioco d’azzardo, perse l’intero patrimonio familiare in una sola notte, causando il rifiuto del futuro suocero di concedergli in sposa la figlia. Per riconquistare il suo favore, il duca avrebbe fatto realizzare la fontana in una sola notte e, il giorno dopo, invitò la promessa sposa e il padre ad ammirarla dalla finestra del palazzo, esclamando: “Ecco cosa può fare un Mattei senza soldi!”. Fece poi murare la finestra da cui osservarono la fontana per immortalare l’episodio.

La fontana, decorata di marmi policromi, presenta quattro fanciulli in bronzo che cavalcano dei delfini su delle vasche a forma di conchiglia, scolpite da Taddeo Landini. Gian Lorenzo Bernini aggiunge nel 1658 le tartarughe, che sembrano giocare con i fanciulli.

Cosa mangiare (e dove) nell’Antico Ghetto Ebraico

A Roma la millenaria presenza della comunità ebraica ha lasciato un’impronta profonda anche nella tradizione culinaria, dando vita alla rinomata cucina ebraico-romanesca, che mescola sapientemente sapori locali e precetti religiosi. Questa tradizione gastronomica si distingue per l’attenzione alla scelta delle materie prime, spesso semplici, stagionali e lavorate secondo i rigidi precetti dei cibi kosher, ossia permessi. Gli ingredienti, per la maggior parte a chilometro zero, seguono una filiera controllata e certificata dall’autorità rabbinica, che ne garantisce genuinità e sicurezza, anche per chi ha intolleranze alimentari.

Le ricette ebraico-romanesche, nate in ambito familiare e tramandate nei secoli, si sono adattate alla cultura e ai prodotti locali per dare vita a piatti unici e inconfondibili. Molte di queste preparazioni sono legate alla stagionalità e alle festività religiose, come i carciofi alla giudia, i fiori di zucca fritti, la caponata di melanzane, il polpettone di patate e tonno, le coppiette di carne secca, le animelle con ceci e il caratteristico pane dello Shabbat intrecciato.

Questi sapori si possono assaporare nei ristoranti e nelle osterie tipiche di Roma, come alla Taverna del Ghetto e allo storico Giggetto al Portico d’Ottavia.

Come raggiungere l’Antico Ghetto Ebraico di Roma

Puoi arrivare a Roma con ogni mezzo, ma se viaggi con bambini l’auto può essere una scelta particolarmente pratica. Utilizzando i servizi di telepedaggio in app, potrai evitare le code in autostrada e arrivare comodamente nella Città Eterna. Una volta a destinazione, potrai usufruire dei parcheggi convenzionati disponibili anche nel centro di Roma. Qui però presta attenzione alla ZTL Fascia Verde.

L’antico ghetto ebraico si trova nelle vicinanze di Trastevere ed è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici: in metropolitana con la linea B scendendo alla fermata Circo Massimo, e da qui con una passeggiata di circa venti minuti. In autobus hai diverse opzioni: il 70 ferma a Largo di Torre Argentina, a pochi passi dal quartiere, mentre le linee 23, 780, 81, 87, 492 e 63 servono le zone limitrofe. Un’alternativa sostenibile, particolarmente utile in caso di sciopero, è sfruttare i numerosi servizi di mobilità condivisa della città, come biciclette, monopattini e scooter.