Tra le vallate dell’Albania centrale, sulle colline che digradano verso gli argini, chiese bizantine, moschee e stretti vicoli racchiudono secoli di cultura, arte ottomana e convivenza religiosa.

L’Albania è stato un Paese a lungo ignorato, ma da qualche anno inizia ad attrarre visitatori da ogni parte del mondo; e a ragione, perché è un territorio in buona parte ancora intatto e autentico, pur con molte contraddizioni e criticità, dove ogni villaggio e città sembrano raccontare una storia diversa. Berat ne è un esempio calzante: una città ottomana dall’aspetto inconfondibile, che si innalza ai due versanti del fiume Osum con le sue case bianche dalle grandi finestre. Una comunità tranquilla e accogliente, ideale per fare conoscenza del Paese reale, dei suoi abitanti e delle sue tante sfaccettature, nonché per esplorare in poco spazio una sorprendente ricchezza di siti culturali e architettonici. Berat offre ospitalità in guesthouse dov’è possibile entrare in contatto con la vita quotidiana del posto e farsi viziare da ricche colazioni e assaggi di frutta candita: rispetto alla caotica – per quanto interessante – capitale, qui sembra di essere davvero in un altro mondo.

Foto: Giulia Foschi

La città dalle mille finestre

Berat si trova nell’Albania centrale, a meno di 100 km a sud di Tirana, incuneata in un territorio collinare che scende verso la valle dell’Osum. Chiamata “la città dalle mille finestre” (basta uno sguardo per comprendere il perché), Berat ha origini antiche, tradizionalmente ricondotte agli Illiri e con presenze documentate da secoli, ma il suo aspetto più riconoscibile deriva soprattutto dal medioevo e dall’epoca ottomana; unico nel suo genere, il centro storico è inserito nella lista dei siti UNESCO. Il fiume Osum taglia il borgo e crea due versanti distinti: sulla riva nord si affaccia il quartiere ottomano di Mangalem e s’innalza la cittadella (Kala), con le sue mura e chiese; sulla sponda a sud del fiume si trova invece Gorica, collegata a Mangalem dall’omonimo ponte. Insieme, questi tre poli restituiscono l’immagine di una città stratificata dove il paesaggio urbano si plasma in piena sintonia su quello naturale.

Foto: Giulia Foschi

Mangalem: moschee, tekke e museo etnografico

Berat è religiosa­mente e architettonicamente plurale: nel tessuto urbano convivono moschee, tekke sufi e chiese ortodosse, segno di una lunga storia di convivenza culturale. Nel quartiere di Mangalem, cuore musulmano della città, si concentrano alcuni dei luoghi di culto più rappresentativi. La Moschea degli Scapoli, costruita nel XIX secolo per i giovani artigiani non sposati, con i suoi affreschi; poco distante si trova la Moschea del Re, uno degli edifici religiosi ottomani più antichi della città, fondata nel XV secolo durante il regno di Bayezid II: l’architettura è sobria ed essenziale, e rappresenta bene il modello delle prime moschee ottomane nei Balcani. La Tekke degli Helveti racconta un altro volto dell’Islam balcanico, quello mistico e sufi: sede della confraternita bektashi-helveti, è un complesso del XVIII secolo caratterizzato da interni decorati in legno intagliato, iscrizioni simboliche e spazi destinati alla meditazione e ai rituali collettivi.

Foto: Giulia Foschi

Infine, la Moschea del Piombo è così chiamata per la cupola originariamente rivestita in lastre di questo materiale. Accanto a questi edifici religiosi, il Museo Etnografico completa il quadro culturale del quartiere: ospitato in una grande casa ottomana perfettamente conservata, racconta la vita quotidiana di Berat attraverso costumi tradizionali, utensili domestici, strumenti di lavoro e ambienti ricostruiti.

Foto: Giulia Foschi

Kala: la cittadella viva e la Chiesa della Dormizione della Vergine

La Kala di Berat non è un castello-museo, ma un vero e proprio quartiere fortificato dove vivono molti abitanti della città: le mura circondano abitazioni, bar e ristoranti tradizionali, vicoli dove girovagare senza meta, chiese bizantine e scorci verticali sulla città sottostante. La si raggiuge con una bella passeggiata (in salita) da Mangalem. L’accesso alla cittadella è regolato; c’è un biglietto giornaliero per visitare l’area museale e i principali monumenti in orario diurno; di sera la sensazione cambia e l’area assume una dimensione più raccolta (i monumenti sono chiusi e l’accesso è libero). Salendo si incontrano chiese storiche, come la Chiesa di San Michele, affacciata su uno strapiombo roccioso, la Chiesa della Santissima Trinità, di origine medievale e isolata ai margini delle mura, e la Chiesa di San Teodoro. Il riferimento più importante della cittadella è la Chiesa della Dormizione della Vergine, edificio del XIII secolo che custodisce una preziosa collezione di icone e affreschi ed è oggi sede dell’Onufri Museum, dedicato al più celebre iconografo albanese e alla scuola pittorica post-bizantina dei Balcani.

Foto: Giulia Foschi

Il lungofiume e il quartiere Gorica

Tornando verso il basso, superato Mangalem, si raggiunge il lungofiume sull’Osum, palco quotidiano di Berat: venditori locali e bancarelle improvvisate animano gli argini, dove i residenti si fermano a comprare prodotti locali o a socializzare. L’atmosfera è informale e vivace, e rispetto al centro un po’ più turistico qui è davvero facile incontrare qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, di frequente anche in italiano, e ascoltare storie di migrazioni, incontri, separazioni e ritorni in patria. Risalendo sul lato opposto dell’Osum si arriva a Gorica, quartiere storicamente cristiano della città, con le sue case arroccate; le due sponde sono collegate dal Ponte di Gorica, rinnovato più volte (l’originario in legno risale al XVIII secolo, la versione in pietra è del XX secolo), oggi è uno dei simboli della città e uno snodo pedonale frequentato. Gorica conserva chiese e una rete di vicoli che completano il profilo storico di Berat, mostrando il lato più quotidiano e abitato di una città piccola ma intensa.

Foto: Giulia Foschi