Nel pensare la vita nelle città del futuro, gli studi non si concentrano solo sulla sostenibilità ambientale e sul progresso tecnologico, ma anche su un ripensamento del ruolo della comunità e del suo rapporto con il territorio. Con questo concetto è nato e si è sviluppato il progetto delle co-city

E se la città del futuro non fosse solo smart? Gli studi su un modo più sostenibile di vivere il proprio spazio urbano si concentrano non solo sulla user experience degli abitanti, ma anche sul ruolo degli stessi.

Cos’è una co-city

Il concetto di co-city va oltre quello di smart city e vede la città come un’infrastruttura che facilita la cooperazione, la condivisione e la produzione partecipativa, supportata da dati aperti e guidata da principi di giustizia distributiva (vale a dire un’equa ripartizione delle risorse e delle possibilità). Una co-city si basa sulla governance collaborativa dei cosiddetti beni comuni, ossia i beni urbani fisici, ambientali, culturali, di conoscenza e digitali, gestiti attraverso partnership pubblico-comunitarie o pubblico-privato-comunitarie istituzionalizzate.

Il progetto di ricerca definisce cinque principi di progettazione che stabiliscono le condizioni e i fattori necessari per ripensare la città come un bene comune:

  • Governance collettiva: uno schema multi-stakeholder in cui la comunità collabora con istituzioni pubbliche e il settore privato nella gestione dei beni comuni urbani;
  • Stato abilitante: il ruolo dello Stato nel sostenere e rendere possibile la gestione urbana collettiva;
  • Economie in pooling: la presenza di istituzioni autonome gestite o di proprietà delle comunità locali, che operano all’interno di sistemi economici non convenzionali, come sharing economy ed economie circolari, collaborative e cooperative, per la creazione di nuove opportunità e servizi. Il luogo ideale, ad esempio, per i servizi di mobilità in condivisione.
  • Sperimentazione: un approccio dal basso specifico del luogo, per progettare innovazioni legali e politiche per la co-governance dei beni comuni urbani;
  • Giustizia tecnologica: l’accesso aperto alle infrastrutture tecnologiche e ai dati urbani è un motore abilitante di cooperazione e co-creazione dei beni comuni urbani.

Come funziona il ciclo di una co-city

Il ciclo co-city è composto da sei fasi:

  • Conoscere i beni comuni urbani e attivare attori locali;
  • Mappare analogicamente e digitalmente i beni comuni urbani attraverso iniziative civiche ed esperienze di auto-organizzazione;
  • Praticare sinergie tra progetti di sviluppo guidati dalla comunità e le autorità locali;
  • Prototipare e implementare schemi di governance incentrati sui beni comuni;
  • Testare metriche qualitative e quantitative per valutare l’aderenza del prototipo alle principali linee guida e obiettivi;
  • Modellare l’azione di governance già prototipata e valutata al quadro legale e istituzionale della città.

Com’è nato il progetto co-city

Il progetto delle co-city è nato da LabGov, un laboratorio internazionale che si occupa della governance condivisa delle città come beni comuni. Diretto da Sheila Foster e Christian Iaione, il laboratorio opera principalmente presso la Georgetown University e la Luiss Guido Carli.

La storia di LabGov inizia nel 2011, quando Iaione fonda il primo laboratorio a Roma. I principi di LabGov si basano sul lavoro di Elinor Ostrom, Nobel per l’Economia nel 2009, che ha dimostrato che comunità auto-organizzate possono gestire risorse condivise senza degradarle.

Con questo progetto, nato a Bologna nel 2012, LabGov ha creato un Protocollo co-city. Il laboratorio può contare su una base dati che raccoglie oltre 130 città in Italia e in tutto il mondo, con più di 400 progetti basati sui beni comuni (trovi qui la mappa), contribuendo alla creazione di una comunità globale di co-city.

Il Protocollo co-city nasce dagli esperimenti sul campo progettati, analizzati ed interpretati da LabGov in diverse città italiane ed è una metodologia adattabile per guidare urbanisti, ricercatori e comunità coinvolte in esperimenti di governance condivisa. Ci sono più di 200 casi studio a livello globale e approfondite indagini condotte in più di 100 città con contesti geopolitici diversi.

Non solo la città del futuro potrebbe essere smart, in futuro potranno esserlo anche le comunità e i cittadini.