Esattamente l’8% in meno: ecco quante emissioni di Co2 equivalente l’Italia è riuscita a tagliare rispetto al 2022. Un risultato straordinario in termini relativi, anche se in termini assoluti siamo lontanissimi dal raggiungere il traguardo della neutralità climatica entro il 2050. E più Co2 rilasciamo, più contribuiremo al riscaldamento globale, sempre più evidente anche nel Belpaese. L’intervista ad Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate (I4C)

Quando si parla di cambiamenti climatici e riscaldamento globale si pensa sempre alla Co2. L’anidride carbonica, la cui concentrazione inedita a livello globale rispetto (almeno) agli ultimi 800mila anni è la causa principale delle anomalie climatiche che stiamo vivendo. Per questo tutti i parametri di miglioramento ambientale passano dal contenimento della Co2 equivalente (ovvero dell’anidride carbonica e di tutti i gas serra climalteranti). E per questo l’Unione europea si è posta l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica, il net zero delle proprie emissioni di anidride carbonica (che non vuol dire impatto zero, ma compensazione assoluta) entro il 2050. Un obiettivo che per adesso l’Italia vede con il lanternino, a distanza siderale: «Proseguendo con questo trend e partendo dalle quasi 420 milioni di tonnellate di CO2 del 2022, l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 sarà centrato in due secoli», spiega Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate (I4C).

Quanta Co2 ha tagliato l’Italia nel 2023

In realtà, le stime di Barbabella indicano come l’anno appena trascorso sia stato virtuoso pensando ad un percorso di sostenibilità:

«Secondo le stime dell’Enea, l’Agenzia governativa sull’energia in Italia, sulla base dell’analisi dei primi tre trimestri dei consumi energetici, a fine anno si prevede un calo dell’8% delle emissioni di CO2 rispetto al 2022. Si tratta di una riduzione molto importante, paragonabile solo a quella registrata nell’anno della pandemia e nella precedente crisi finanziaria del 2009»

I motivi di questi progressi sono molteplici: «Alla base di questa performance ci sono diversi fattori, certamente la volatilità dei costi dell’energia ad esempio ha rappresentato un incentivo importante, come anche il superbonus del 110% che ha spinto molto l’installazione di fotovoltaico sulle abitazioni residenziali, ma anche dall’entrata a regime di misure più strutturali legati, ad esempio, alle semplificazioni amministrative».

Perché non è un risultato ancora sufficiente

Per quanto un tale taglio della Co2 sia un risultato quantitativamente rilevante, non basta in funzione dei target ambientali perseguiti dall’Italia. «Tra il 1990 e il 2022 l’Italia ha tagliato le proprie emissioni di gas serra del 20%, meno della media europea. Ma questa riduzione è stata conseguita tutta in un decennio, tra il 2005 e il 2014, periodo in cui il trend, in media 16 milioni di tonnellate di gas serra in meno ogni anno, era abbastanza allineato con quello che sarebbe stato necessario per rispettare gli impegni climatici». Il coordinatore di Italy for Climate spiega che «alla base della riduzione delle emissioni del “periodo d’oro” in Italia c’è stata una buona crescita delle fonti rinnovabili (basti pensare che in quel decennio nel nostro Paese la produzione di elettricità da rinnovabili è praticamente raddoppiata). Ma dal 2014 al 2022 questo trend positivo si è praticamente arrestato e in media le emissioni di gas serra nel nostro Paese sono state tagliate di appena 2 milioni di tonnellate. Questa crescita è stata bloccata, e per diversi anni, a causa di interventi normativi avversi, a cominciare dallo stop agli incentivi pubblici». Per questo adesso il trend attuale in Italia, secondo Barbabella, porta

«l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, che dovremmo centrare per rispettare gli impegni europei e internazionali, ad essere centrato tra non meno di 200 anni (al netto degli assorbimenti)». 

Per contrastare questa tendenza e rilanciare la diffusione delle tecnologie green, grazie al calo dei costi registrato negli ultimi anni, secondo il delegato «la leva principale non è economica ma innanzitutto quella di avere procedure efficienti che consentano di realizzare gli impianti con tempi (e quindi costi) accettabili e in linea con le indicazioni comunitarie. In parte negli ultimissimi anni ci si è lavorato e questo ha consentito di raggiungere nel 2022 e soprattutto nel 2023 risultati molto incoraggianti su eolico e soprattutto fotovoltaico, passati dai circa 1.000 MW installati ogni anno nel 2021 e in media negli anni precedenti, ai circa 6 mila stimati per la fine dell’anno in corso».

Il 2024, un anno ancora più caldo?

Come ricordato, si parla molto di Co2 prodotta dall’uomo in quanto causa ormai conclamata del surriscaldamento globale. Lo testimoniano empiricamente anche molti effetti drammatici delle temperature fuori stagione a cui assistiamo da anni. Temperature che, tornando all’Italia, probabilmente nel 2024 saranno in linea con il trend attuale o addirittura in crescita rispetto alle medie del passato. A pesare sono diversi elementi. Come raccontato nell’intervista a Paola Mercogliano, l’Europa è attualmente il continente che si sta riscaldando più rapidamente al mondo e l’Italia sembra avviata ad un riscaldamento anomalo di circa 2.5° intorno al 2050 (paragonati al un periodo storico 1981-2010). Le cause di un surriscaldamento particolare del Belpaese dipendono dalla sua posizione geografica, situata in un hotspot climatico come il Mar Mediterraneo e circondata dal mare. Esposta quindi in modo particolare ad un surriscaldamento anomalo, anche rispetto al resto del globo. Per fare alcuni esempi: se nel 2020, la media mondiale viaggiava su ±0,9°C  rispetto al periodo 1981-2010, l’Italia segnava ±2,4°C. Quello del riscaldamento globale è un fenomeno strutturale innescato dall’uomo da decenni. «Ogni anno, incluso il 2023, ha le sue singolarità ma da un punto di vista climatico sul medio e lungo periodo il trend è più che evidente. Il 2023 farà segnare l’anno più caldo della storia delle rivelazioni, ma non è in realtà una notizia. È solo una ulteriore conferma dell’essere entrati nell’era della nuova (a)normalità climatica permanente», conclude il coordinatore di Italy for Climate. Un trend chiaramente destinato a seguire anche nel 2024, dato che non ci sono segnali di inversione di tendenza nelle temperature medie stagionali e gli effetti dell’accumulo di Co2 nell’atmosfera al momento non fanno che inasprire le previsioni.