Potremmo vedere Venezia affondare a causa dell’innalzamento del mare? Certamente, è un rischio possibile: vale quindi la pena pensare ad una strategia estrema per salvaguardare i suoi preziosi monumenti. Spostarli, se necessario in aree interne. Ma ci sono ancora molte azioni da intraprendere perché ciò non accada ed evolvere la resilienza della città lagunare che da 1500 anni vive sull’acqua. Lo spiega lo studio “Long-term adaptation pathways for Venice and its lagoon under sea-level rise” pubblicato su Scientific Reports e realizzato in modalità coordinata dai ricercatori dell’Università del Salento e dell’Università dell’East Anglia. Il lavoro dei ricercatori nasce dal fatto che le attuali politiche climatiche di mitigazione dei gas serra risultano insufficienti, questo significa che aumenterà il riscaldamento globale e di riflesso l’innalzamento dei mari. E, spiegano gli autori, con l’attuale strategia della laguna aperta, con barriere mobili e misure di adattamento multiple, Venezia rischia di incontrare limiti insuperabili entro questo secolo. Per approfondire questi aspetti e le soluzioni possibili, Moveo ha intervistato Piero Lionello, uno degli autori dello studio e professore ordinario di Oceanografia, Meteorologia e Oceanografia all’Università del Salento.
Perché le attuali misure sono inefficaci per salvare Venezia?
Da 150 anni la città lagunare patrimonio dell’Unesco sperimenta crescenti problematiche legate all’innalzamento dei mari e ha adottato diverse contromisure, come il celebre MoSe. Eppure queste misure oggi sembrano insufficienti nella prospettiva di lungo periodo. Partiamo dal MoSe, come spiega il prof. Lionello:
«Non è corretto sostenere l’inefficacia attuale del MoSE, ma è corretto parlare di limiti nel lungo periodo. Il MoSE sta dimostrando di saper proteggere Venezia dalle acque alte e, nelle condizioni presenti, è uno strumento fondamentale ed efficace. Il problema nasce con l’ulteriore innalzamento del livello del mare: più il mare sale, più spesso e più a lungo le paratoie devono restare sollevate. A quel punto il sistema perderà progressivamente la sua funzione originaria, che è proteggere la città mantenendo però la laguna aperta al mare per la maggior parte del tempo»
Se il livello del mare subisse un innalzamento relativo del mare nell’ordine di 50–75 cm, la strategia attuale (quindi non solo il MoSe) potrebbe diventare insufficiente per tutelare il futuro di Venezia.
In questo scenario, cosa servirebbe allora per salvare Venezia?
«È importante agire in due diverse direzioni. La prima è ridurre il più possibile l’innalzamento futuro del mare attraverso una rapida mitigazione del cambiamento climatico. La seconda è avviare ora una pianificazione di lungo periodo. Lo studio mostra che Venezia dispone ancora di più percorsi possibili, ma il “ventaglio delle soluzioni” si restringe via via che il mare sale»
Lionello e gli autori dello studio ne propongono alcune specifiche:
«Dighe ad anello attorno alla città e ad altri insediamenti, oppure una laguna chiusa, separata stabilmente dal mare e gestita come un lago costiero. Sono opzioni molto diverse per costi, impatti e valori preservati: le dighe ad anello manterrebbero la laguna connessa al mare ma separerebbero Venezia dalla sua laguna; la laguna chiusa conserverebbe meglio la struttura urbana, ma comporterebbe una trasformazione irreversibile dell’ecosistema lagunare. Alcune misure utili in più strategie di adattamento — come un adeguato trattamento delle acque reflue e, con ogni probabilità, una ricollocazione del porto — potrebbero comunque essere avviate già ora».
Tenendo a mente, come spiega il docente dell’Università del Salento, che «non si può attendere il momento dell’emergenza: grandi opere di questo tipo richiedono decenni di progettazione, decisione e realizzazione».
Venezia come Giacarta che affonda? Una nuova città per ospitare i veneziani?
«Non è lo scenario di Giacarta, dove non si trasferisce la città attuale o una sua parte, ma si sta costruendo una nuova capitale politico-amministrativa ex novo, Nusantara, a oltre mille chilometri di distanza, in un’altra isola dell’Indonesia. Nel caso di Venezia, lo studio non propone una “nuova Venezia” pianificata come sostituzione della città esistente. Descrive piuttosto, nello scenario estremo di ritiro, una combinazione di processi: da un lato, la possibile rilocalizzazione di alcuni monumenti; dall’altro, lo spostamento progressivo o traumatico dei residenti e delle attività economiche fuori dalle aree non più difendibili».
Ci tiene Lionello a specificare questo passaggio: «Non sarebbe realisticamente possibile “trasferire” Venezia come organismo urbano complesso. Si potrebbero solo salvare alcuni oggetti monumentali».
Quando sarebbe necessario adottare soluzioni estreme per salvare Venezia?
A seconda dell’evoluzione degli impatti si profilano scenari diversi, spiega il prof. Lionello:
«Il passaggio dalla strategia attuale della laguna aperta a strategie trasformative — come dighe ad anello o laguna chiusa — potrebbe rendersi necessario quando l’innalzamento relativo del mare raggiungesse circa 0,75–1,5 metri. Questo passaggio è ritenuto improbabile prima degli anni 2070 anche in uno scenario di emissioni molto elevate, mentre in uno scenario di basse emissioni potrebbe slittare al XXII secolo».
Diverso è invece il caso dell’abbandono della città e della conseguente ipotesi di rilocalizzazione dei monumenti:
«In questo caso, descriviamo uno scenario associato a livelli di innalzamento molto maggiori, nell’ordine di 4–10 metri. Lo studio indica che un simile esito potrebbe diventare plausibile nel XXII secolo solo in scenari climatici estremi. Più in generale, lo considera probabile prima della fine del XXIV secolo solo in scenari di altissime emissioni, ma improbabile in scenari di basse emissioni».
Cosa ha senso fare adesso per preservare la città lagunare?
Salvare Venezia è una prova di lungo periodo da mettere in atto rapidamente, dato che ogni impegno infrastrutturale o strategico richiede decenni per essere attuato. Conclude il professore su ciò che è utile fare da subito:
«Primo: mantenere e finanziare adeguatamente il MoSE, perché è indispensabile oggi e nei prossimi decenni. Secondo: iniziare ora la discussione istituzionale e tecnica sulle opzioni successive, prima che il sistema attuale entri in sofferenza. Terzo: inserire le strategie per la laguna in una visione regionale di difesa, gestione idraulica e adattamento, perché l’innalzamento del mare minaccia l’intero Alto Adriatico, comprese vaste aree costiere basse»
In sintesi, bisogna darsi da fare ancora di più dato che «il tempo per proteggere Venezia c’è ancora, ma è urgente decidere e preparare».








