La neve non ferma la passione per la bici, ma la amplifica. È così che, adeguatamente attrezzati, è possibile esplorare tragitti nuovi e inconsueti anche ad alta quota, attraversando boschi e vallate, e tagliando per le piste da sci, circondati da vette imbiancate e panorami magici e spettacolari. Cosa sono le fat-bike e le strade-avventure più singolari dove farle correre.

Quando nel 1934, a poco più di vent’anni, l’alpinista Fosco Maraini si ritrovò immerso nel silenzio irreale di quella immensa distesa abruzzese di 75 chilometri quadrati, dai tratti aridi e lunari, gli venne in mente un luogo lontano che ben conosceva, l’Himalaya, circondato da cime imponenti come quelle degli Appennini. Fu così che per lui, e molti altri dopo, Campo imperatore divenne il Piccolo Tibet d’Italia.

Ed è proprio qui, tra le rocce e i pinnacoli scolpiti dalle intemperie di millenni, che all’arrivo della neve si può vivere un’esperienza unica sulle due ruote.

Mentre infatti alcuni ripongono la bici in garage con l’arrivo del freddo, altri la tirano fuori per iniziare nuove avventure. Si chiamano fat-bike, letteralmente “bici grasse”, ma sarebbe più corretto definirle bici aumentate, perché consentono di andare lì dove anche la più performante delle mountain bike incontra difficoltà: ghiacciai, nevi, deserti e backcountry, ossia luoghi particolarmente impervi. Tant’è che sono già state utilizzate per attraversare il deserto del Sahara e l’Antartide e scalare l’Everest e il Kilimangiaro.

Normalmente dispongono di ruote di grandi dimensioni con diametro di circa 29 pollici, montano gomme da 4 a 5 pollici su cerchi e forcelle speciali e sono dotate di mozzi di dimensioni superiori al normale. Alcune possono trasportare fino a 200 kg di peso. Insomma delle vere bici monster!

uomo pedala su una fat-bike
Una fat-bike attraversa una piana innevata

Rivoluzione fat-bike: dai prototipi alle “bici grasse” elettriche

La storia delle fat bike ha oltre un secolo. I primi esperimenti artigianali con ruote molto grandi risalgono ai primi del Novecento. Ma è solo l’arrivo delle MTB che apre la strada alla futura innovazione. È il 1980 e il ciclista Jean Naud progetta la prima fat bike. In sella alla sua super bike, viaggerà da Zinder in Nigeria fino a Tamanrasset in Algeria. Il resoconto della sua avventura, che racchiuderà nel libro autobiografico “Trois Roues Pour Timbuctu”, sarà d’ispirazione per altri produttori.

Nel 1989, Simon Rakower, un imprenditore dell’Alaska, unisce due cerchi da 26 pollici, le monta su una mountain bike standard e la sperimenta con successo sulla neve. Nasce così la fat bike moderna.

Prototipo dopo prototipo, miglioria dopo miglioria, questo peculiare tipo di bici inizia a diffondersi.

Dieci anni più tardi, in New Mexico, il ciclista Ray Molina insieme a John Evingson e Mark Gronewald, proprietario della Wildfire Designs Bycicle di Palmer, in Alaska, realizzano i primi telai per le ruote giganti utilizzate da Molina nei suoi tour in centroamerica.

Nel 2001, Mark Gronewald coniuga la definizione “Fat-Bike” e la usa come marchio delle sue bici che venderà fino al 2011.

A diffondere le fat-bike nel mondo, però penserà Surly Bikes, un’azienda del Minnesota fondata nel 1989 dal ciclista imprenditore Don Walker, che nel 2005 lanciò la Pugsley, la prima fat bike prodotta in serie.

Ad oggi, in commercio (o a noleggio nelle località sciistiche), è possibile trovare anche le fat-bike con pedalata assistita, particolarmente adatte per i cicloamatori meno esperti.

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Attualmente in commercio si trovano anche diversi modelli di e-fat-bike, ossia biciclette aumentate con la pedalata assistita.

All’avventura nel Piccolo Tibet d’Italia: Campo Imperatore

Equipaggiati come si deve per la montagna, dunque senza scarpe da ginnastica in tela ma con abbigliamento tecnico, caldo e impermeabile, la fat-bike consente di provare escursioni indimenticabili, a contatto con la natura tra panorami suggestivi e spazi aperti.

Per esempio è possibile lanciare la propria fat-bike alla scoperta di Campo Imperatore.

uomo in fat-bike guarda le montagne
La fat-bike consente di raggiungere luoghi unici e godere di panorami meravigliosi

Presa la funivia a Fonte Cerreto, saliamo a 2.128 metri slm. Siamo di fronte al maestoso massiccio del Gran Sasso d’Italia che, con i suoi 2.912 metri di altezza, rappresenta la vetta più alta degli Appennini.

Prima di iniziare a pedalare è possibile visitare il Museo della Vecchia Stazione della Funivia, un tour breve ma dal suo fascino. Saliti in sella, è quindi il momento di avventurarsi tra le nevi della piana.

Destinazione Prati di Tivo, a 1.450 metri d’altitudine,  il percorso si snoda lungo 25 km verso la val Meone, toccando il Rifugio Garibaldi, il più antico d’Italia che data 1886 e da cui si gode una vista spettacolare sul Gran Sasso, per poi proseguire per le sorgenti del Rio Arno e arrivare alla meta. Il tempo di traversata è di circa 3 ore e prevede un dislivello di 700 metri. Dunque un percorso non adatto a tutti.

veduta sul gran sasso
Una veduta di Prati di Tivo.

Un’alternativa invece per tutti i livelli, e forse anche più intrigante, è pedalare in totale libertà lungo l’altopiano, all’interno del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, accompagnati da viste uniche: a nord-ovest il Corno Grande (2.912 m), la cima più alta d’Italia a sud delle Alpi, e il Corno Piccolo (2.655 m).

Il Corno grande e il Corno piccolo.

E ancora a nord-est il Monte Camicia (2.410 m), il Pizzo Cefalone (2.385 m) e il Monte Prena (2.561 m); a sud il Monte Brancastello (2.235 m) e il Monte Prena, a est il Monte Scindarella (2.375 m) e il Monte Portella (2.332 m). E nelle giornate terse anche la catena del Sirente-Velino.

vedita di campo imperatore
Uno scorcio di Campo Imperatore, detto il Piccolo Tibet d’Italia.

Cortina e le affascinanti cascate di ghiaccio

Partiti da Cortina d’Ampezzo, la “Perla delle Dolomiti“, si attraversano i boschi di Fiammes in direzione Castel Uberto con i resti della dimora del 1898 dalle fattezze incantate e dalla storia travagliata, andata distrutta durante la Prima guerra Mondiale. Da lì ci si inoltra nel Parco naturale di Dolomiti d’Ampezzo. E dopo qualche girovagare la meraviglia tra i canyon di Fanes: delle cascate gelate trasformate in enormi strutture di ghiaccio, incastonate in rocce, colori e rifrazioni di luci spettacolari. Il percorso ha un dislivello positivo di 800 metri, copre una distanza di media difficoltà di circa 20 chilometri e si può compiere in circa 3 ore.

acqua ghiacciata in alta montagna
Una cascata gelata nelle Dolomiti.

Tra mostri in basalto e riserve naturali: Vitorchiano e i monti Cimini

Dalla provincia viterbese, si dipana un percorso intrigante e suggestivo. La neve non è sempre assicurata e bisogna quindi prestare attenzione al meteo. Ma, anche in caso di mancato imbiancamento, il tragitto ha dalla sua un notevole grado di interesse. Si parte dall’incantevole centro medievale di Vitorchiano e si prosegue verso Bomarzo, il cui antico Parco dei Mostri, realizzato da Pier Francesco Orsini nel 1552, già da solo vale un viaggio.

fat-bike su percorso innevato scosceso
Nonostante le fat-bike siano adatte a tutti, alcuni percorsi richiedono allenamento fisico e particolare attenzione

Da lì, passando per Ciliano, si prosegue salendo verso la meta finale, la Riserva di Monte Casoli e il monte Cimino, la cima più alta della catena dell’Antiappennino laziale, con i suoi boschi di castagni e faggi secolari. Dopo neve, fango e attraversamenti di ruscelletti, ci si può poi concedere una sosta rigeneratrice all’ombra della Torre di Chia, nel fiabesco paese di Soriano. A seconda delle deviazioni, il tragitto varia dai 30 ai 50 km, è impegnativo ma non difficile e molto più emozionante a farsi che a raccontarsi.

pedalata bel bosco con fat-bike
La fat-bike consente di effettuare lunghe pedalate nel bosco anche dopo forti nevicate.

Fat bike per tutti: Livigno

A 1.816 slm, nelle Alpi italiane al confine con la Svizzera, Livigno offre l’opportunità di percorrere una tratta molto piacevole di 5 km. L’itinerario segue il percorso innevato di una ciclopedonale, che parte dal paese in direzione Forcola e prosegue seguendo le indicazioni fino a sopra l’abitato e all’impianto Tagliede. La durata è 1,30 ore. La pedalata è adatta a tutti i livelli di preparazione e anche per iniziare ad appassionarsi a questa attività outdoor. Ma facile non vuol dire noiosa. Montare in sella per credere.

paese innevato dall'alto
Una veduta dall’alto di Livigno