Luce dall’acqua salata. La grande innovazione di WaterLight, lampada concepita in Colombia, che può segnare il futuro dell’accesso alle fonti di energia.

Nella costante ricerca di soluzioni innovative alle sfide legate all’accesso limitato all’elettricità, la start-up colombiana di energia rinnovabile E-Dina, in collaborazione con Wunderman Thompson Colombia, ha sviluppato un dispositivo all’avanguardia chiamato WaterLight. Si tratta di una lampada che ricava luce grazie all’utilizzo di acqua salata.

Ne basta mezzo litro per avere 45 giorni di luce, offrendo una soluzione sostenibile per milioni di persone nelle comunità off grid, ovvero le comunità non connesse alla rete elettrica.

E se manca l’acqua salata, c’è sempre…il corpo umano. Il dispositivo infatti è molto versatile e può anche essere alimentato con l’urina in situazioni d’emergenza.

Come funziona WaterLight

WaterLight genera energia elettrica grazie alla reazione degli elettroliti presenti nell’acqua salata (o nell’urina) con il magnesio all’interno del dispositivo.

Questa tecnologia non solo fornisce una fonte di luce portatile ma consente anche di ricaricare dispositivi tramite una porta USB, e con un ciclo di vita di circa 5.600 ore, pari a 2/3 anni di utilizzo, WaterLight si presenta come una soluzione sostenibile e duratura.

Impermeabile e realizzato con materiali riciclabili, il dispositivo è pronto per essere lanciato a livello mondiale, offrendo luce (e speranza) alle popolazioni con accesso limitato alle fonti di energia tradizionali.

Nelle intenzioni della Wunhderman Thompson, WaterLight è pronta e disponibile per l’acquisto da parte di ONG, governi e organizzazioni private. Un significativo passo avanti verso la diffusione di soluzioni energetiche sostenibili in tutto il mondo.

Come nasce la lampada all’acqua salata

L’ispirazione per la creazione di un dispositivo in grado di convertire l’acqua salata in energia elettrica proviene infatti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha messo in luce come 840 milioni di persone nel mondo siano ancora prive di accesso all’elettricità (nel 2016 erano 1 miliardo). Nel contempo, la domanda globale di energia elettrica continua a crescere, mentre le risorse tradizionali di combustibili fossili si avviano verso l’esaurimento.

Se non ci saranno azioni più sostenute e intensificate, si stima che 650 milioni di persone rimarranno senza accesso all’elettricità nel 2030 (nove su dieci delle quali nell’Africa subsahariana), in netto contrasto con quanto previsto da uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (l’SDG n.7) dell’Agenda 2030 dell’Onu, che spinge per una maggiore sostenibilità energetica e un più ampio accesso a servizi primari, tra cui anche la elettrica.

Nonostante i progressi fatti, sembra che il mondo stia mancando l’obiettivo.

Tuttavia, il rapporto congiunto “Tracking SDG7: The Energy Progress Report” di International Energy Agency (IEA), International Renewable Energy Agency (IRENA), United Nations Statistics Division (UNSD), World Bank e World Health Organization (WHO), sottolinea che garantire un accesso all’energia per tutti entro il 2030 rimane possibile, ma richiederà sforzi più sostenuti.

In questo contesto, WaterLight si presenta come una possibile soluzione al problema. A dimostrarlo è la sua stessa origine.

Un progetto innovativo con uno sguardo alla tradizione

Il dispositivo portatile trae ispirazione dalle pratiche indigene dei Wayuu, una comunità situata nella penisola di La Guajira, tra Colombia e Venezuela, una regione desertica ma circondata dal mare, dove l’accesso all’elettricità è limitato. WaterLight è in grado di aiutare la comunità a soddisfare le proprie esigenze energetiche, eliminando la necessità di viaggiare per reperire elettricità. Ad esempio, uno degli utilizzi previsti è supportare la pesca notturna.

L’apporto delle comunità indigene però non si esaurisce qui. WaterLight è stata progettata anche con un occhio attento al design e alla cultura locali. Decorata con simboli e motivi tradizionali, la lampada incorpora la superficie in legno che richiama l’antica arte della tessitura Kanas, mentre il cinturino è stato realizzato da artigiane locali con metodi tradizionali. Il risultato è un prodotto che fonde innovazione tecnologica e patrimonio culturale.