Oggi la Groenlandia va al voto in quelle che si preannunciano le elezioni più importanti della storia del Paese.
La Groenlandia è pronta ad affrontare l’elezione che potrebbe cambiare il futuro del Paese negli anni a venire. Circa 57.000 abitanti, di cui 50.000 elettori, sono chiamati a scegliere i 31 membri dell’Inatsisartut, il parlamento locale. Una consultazione che assume un significato ben più profondo di una semplice tornata elettorale: in gioco c’è il futuro dell’isola tra il desiderio di indipendenza dalla Danimarca e le crescenti pressioni internazionali.
Ad alimentare le tensioni ci sono infatti le recenti dichiarazioni del neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha ribadito la sua volontà di acquisire la Groenlandia, affermando senza mezzi termini che «gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia, in un modo o nell’altro». Già nel 2019, durante il suo primo mandato, aveva sorpreso il mondo intero proponendo l’acquisto dell’isola, ma ora sembra essere pronto ad andare oltre alle semplici parole.
Il suo interesse non è casuale. La Groenlandia rappresenta un tassello fondamentale in una strategia geopolitica più ampia. Trump ha spesso manifestato mire espansionistiche, arrivando persino a ipotizzare un’acquisizione del Canada, attirato dalle sue risorse naturali del suo vicino nordamericano. Non contento, nel nuovo atlante trumpiano potrebbero esserci Panama e persino Marte.
Ma l’isola artica, con i suoi giacimenti di terre rare, gioca un ruolo chiave nella competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo di risorse strategiche fondamentali.
Ecco quali scenari si aprono per la Groenlandia con le nuove elezioni.
Groenlandia al voto: partiti, programmi e il sogno di indipendenza
I principali partiti groenlandesi si dividono tra chi sogna l’indipendenza e chi preferisce mantenere il legame con la Danimarca. L’attuale primo ministro Mute Egede, leader del partito Inuit Ataqatigiit (IA), e il suo alleato di coalizione Siumut, sono convinti che sia arrivato il momento di una svolta storica. Entrambi hanno promesso di indire un referendum per la separazione, sostenendo che la Groenlandia debba affrancarsi definitivamente da Copenaghen.
Durante il suo discorso di fine anno, Egede ha dichiarato: «È tempo di fare il passo successivo per il nostro Paese», così da «liberarsi dalle catene dell’era coloniale».
Dall’altra parte, le forze politiche contrarie all’indipendenza sono più caute. Il partito dei Democratici, con i suoi pochi seggi, sostiene l’autogoverno ma ritiene prematuro un distacco totale dalla Danimarca, mentre Atassut, formazione legata al partito danese Venstre, si schiera apertamente per il mantenimento dello status quo.
La Groenlandia gode di autogoverno dal 1979, ma la Danimarca continua a controllare 32 settori chiave, tra cui difesa e politica estera, garantendo all’isola un sostegno economico di 500 milioni di dollari annui. L’Unione Europea ha siglato a sua volta un accordo con il governo sulle terre rare, inviando regolarmente finanziamenti alla Groenlandia. La posta in gioco è alta, e questa elezione potrebbe segnare un punto di svolta.
Perché la Groenlandia è così ambita?
Nonostante una popolazione molto ridotta, la Groenlandia è al centro di un’enorme contesa internazionale per via delle sue risorse e della sua posizione strategica.
Con un’estensione di oltre due milioni di chilometri quadrati, ospita giacimenti di terre rare, materiali preziosi per la produzione di tecnologie avanzate come batterie per auto elettriche (e non solo), pannelli solari e dispositivi elettronici di ultima generazione fondamentali per la transizione elettrica, ma anche per l’industria della difesa.
Oltre alle risorse minerarie, la Groenlandia possiede vasti giacimenti di petrolio e gas naturale, ancora in gran parte inesplorati. L’US Geological Survey ha individuato aree potenzialmente ricchissime di combustibili fossili lungo le sue coste, un elemento che potrebbe trasformare radicalmente l’economia dell’isola nei prossimi decenni.
Ma non è solo una questione di risorse. La sua posizione geografica è importantissima: con lo scioglimento dei ghiacci artici causato dal cambiamento climatico, nuove rotte marittime si stanno aprendo, rendendo la Groenlandia un passaggio strategico per il commercio tra Nord America, Europa e Asia.
La presenza degli Stati Uniti nel territorio groenlandese
Dal suo primo mandato, Trump ha dimostrato un’attenzione particolare per la Groenlandia, considerandola un’opportunità strategica per consolidare il dominio statunitense nell’Artico.
Eppure la presenza americana nell’isola artica non è una novità. La base di Pituffik (ex Thule Air Force Base) ospita un’importante infrastruttura militare, fornendo supporto alle operazioni di allarme missilistico e sorveglianza spaziale per la NATO. Inoltre, attraverso il sistema di sorveglianza GIUK (Groenlandia, Islanda, Regno Unito), monitorano costantemente i movimenti navali russi nell’Atlantico settentrionale.
La risposta groenlandese agli Stati Uniti in vista delle elezioni
Secondo i sondaggi, l’85% della popolazione si oppone all’idea di diventare un territorio americano. Il premier Mute Egede ha risposto anche lui senza mezzi termini: «Non saremo mai americani», respingendo con forza qualsiasi ipotesi di annessione.
Anche la Danimarca ha preso posizione, con il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen che ha dichiarato: «Non credo che i groenlandesi vogliano separarsi dalla Danimarca solo per diventare parte integrante dell’America».
Nel frattempo, la Groenlandia è sotto i riflettori come mai prima d’ora. Giornalisti, analisti e osservatori internazionali affollano l’isola, trasformando questo angolo remoto del mondo in uno dei teatri più caldi della geopolitica globale.








