Made in Italy sotto pressione: i nuovi dazi USA mettono a rischio l’export italiano. Ma un settore in Italia sorride: è quello dell’automotive. Ecco tutti i dettagli.
Alla fine i dazi USA all’Europa del 15% sono stati confermati dall’accordo raggiunto da Donald Trump e Ursula von der Leyen. Nonostante venga presentato come un traguardo storico, il nuovo deal commerciale tra Stati Uniti e Unione europea rischia di avere effetti negativi sul comparto manifatturiero italiano. La questione dei dazi americani, prima prospettati al 30% per il mercato europeo, si è risolta con la decisione di optare per una percentale dimezzata. Tuttavia, rappresentano infatti un ostacolo pesante per molti settori del Made in Italy, anche se l’impatto finale dipenderà dalle esenzioni doganali previste in regime speciale, che restano ancora da dettagliare nei prossimi negoziati.
Andiamo a scoprire nel dettaglio come i dazi impatteranno sull’export italiano e in particolare sul settore automotive.
Dazi USA per l’Europa al 15%: cosa cambia per l’export italiano
Il nuovo assetto commerciale arriva in un momento delicato per le imprese italiane, che negli ultimi anni hanno intensificato la propria presenza internazionale. Dal 2019 al 2024, l’export complessivo è cresciuto del 30%, raggiungendo i 623 miliardi di euro, mentre il saldo della bilancia commerciale è salito a 55 miliardi, in aumento di quasi 20 miliardi rispetto all’anno precedente.
Per molti dei beni italiani esportati negli Stati Uniti, l’aliquota del 15% significa triplicare la tassazione rispetto al livello precedente del 4,8%, con il rischio concreto che il rincaro finale per i consumatori americani renda i nostri prodotti meno competitivi. Le imprese, per evitare una contrazione delle vendite, potrebbero essere costrette ad assorbire una parte di questi costi, con inevitabili ripercussioni sui margini di guadagno.
Le vendite italiane verso gli USA ammontano oggi a circa 65 miliardi di euro. Secondo alcune stime, fino a 10 miliardi potrebbero essere a rischio qualora non si trovassero alternative di mercato. Ciononostante, l’effetto sul PIL italiano, almeno nel breve periodo, non dovrebbe essere drammatico: le simulazioni dei principali centri di analisi economica indicano un possibile rallentamento limitato a circa lo 0,1% annuo nel 2026 e 2027, anche in presenza di scenari peggiori.
Settore automotive: c’è ottimismo
Ma cosa cambia davvero per le auto con i dazi? Il settore automotive esce da questa trattativa in modo meno sfavorevole del previsto. I dazi sulle auto e sui componenti, che oggi toccano il 25%, scenderanno infatti al 15%, riducendo l’impatto sulle aziende italiane del comparto.
Rimane comunque un ostacolo commerciale a una mobilità più sostenibile. In un mercato globale sempre più orientato verso auto che consumano meno e tecnologie a basso impatto ambientale, l’introduzione di barriere doganali potrebbe rallentare l’adozione di veicoli innovativi da parte dei consumatori americani. Inoltre, alcuni dei modelli di auto elettriche più vendute in Europa rischiano di diventare meno competitivi sul mercato statunitense.
Attualmente l’Italia esporta verso gli Stati Uniti circa 75.000 autovetture all’anno, per un valore di 4 miliardi di euro, a cui si aggiungono 1,2 miliardi legati alla componentistica. A confronto, la presenza industriale tedesca nel mercato americano si conferma ben più forte.
L’impatto sugli altri settori
L’export italiano di prodotti agricoli e alimentari verso gli Stati Uniti vale circa 8 miliardi di euro. L’introduzione di una tariffa del 15% su larga scala rischia di penalizzare diversi comparti chiave, anche se alcuni articoli, come Parmigiano Reggiano e Grana Padano, erano già soggetti a questo livello di dazio. Tuttavia, l’accordo prevede la possibilità di applicare esenzioni doganali su determinati prodotti del settore agroalimentare, anche se la lista dettagliata non è ancora stata definita.
Per quanto riguarda il comparto farmaceutico, ha temuto fino all’ultimo l’esclusione dai benefici dell’intesa. Alla fine, l’accordo ha incluso anche i medicinali, ma restano comunque colpiti dalla tariffazione al 15%. Con un volume d’esportazione verso gli USA pari a circa 10 miliardi di euro l’anno, l’impatto sarà significativo. In compenso, per i farmaci generici non protetti da brevetto si ipotizza l’introduzione di un regime di esenzione, con dazi pari a zero.
La nuova aliquota doganale si applica anche al settore dei semiconduttori, sebbene l’accordo preveda alcune deroghe per specifiche categorie merceologiche, come le apparecchiature per la produzione di chip, che potranno beneficiare di un’esenzione totale. Si tratta di componenti fondamentali in ambiti strategici come la difesa, l’energia e le telecomunicazioni, e dunque l’attenzione resta alta su possibili sviluppi.
L’intesa commerciale prevede la rimozione dei dazi, in modo reciproco, su una serie di materiali ritenuti strategici, fra cui litio e terre rare. Queste risorse rivestono un ruolo cruciale nella transizione digitale, nella difesa e nelle tecnologie aerospaziali, rappresentando un tema prioritario nella cooperazione transatlantica.
Nell’accordo è stato inserito un impegno vincolante da parte dell’Unione europea all’acquisto di forniture energetiche statunitensi per un totale di 750 miliardi di euro in tre anni, pari a circa 250 miliardi all’anno. L’obiettivo, secondo la Commissione europea, è quello di ridurre in modo deciso la dipendenza energetica dal gas e petrolio russi, favorendo invece l’importazione di GNL e greggio dagli Stati Uniti.
Per quanto riguarda i metalli, il quadro tariffario resta invariato. I dazi sull’acciaio e sull’alluminio continuano a essere applicati con un’aliquota del 50%, come già previsto dal 2018. L’impatto per l’Italia è relativamente contenuto: l’export siderurgico verso gli USA si è già ridotto di circa due terzi negli ultimi anni. Mentre il mercato dell’alluminio, seppur ridimensionato, ha continuato a esistere con volumi più contenuti.








