Una cultura vitivinicola che si conta in secoli, oggi nota in tutto il mondo soprattutto per la qualità del Barolo, deve fare i conti con gli effetti dei cambiamenti climatici e con l’eccesso di turismo in certi momenti dell’anno. Il reportage di Moveo per raccontare cosa producono e come stanno cambiando le Langhe

Si racconta che tra i grandi estimatori dei vini color rosso granato della zona del Barolo ci sia stato anche Giulio Cesare: il grande condottiero romano, di ritorno dalla Guerra Gallica, volle portare a Roma una grande quantità di questi vini amati proprio dai nemici dell’Urbe, i Galli. Non è un caso che il Barolo sia quindi chiamato “re dei vini e vino dei re”: una tra le varianti più apprezzate al mondo e prodotto esclusivamente da uve Nebbiolo in purezza. Tanto popolare che oggi gli 11 comuni piemontesi dove nascono Dolcetto, Nebbiolo e soprattutto il noto Barolo, sono particolarmente presi d’assalto dai turisti: rispetto al 2019 (miglior anno di sempre per presenze turistiche) l’ultimo anno ha segnato infatti un +13% di arrivi e +18% di presenze. “Certo, l’overtourism da noi si concentra in alcuni periodi dell’anno, come ad esempio ad ottobre e novembre quando c’è la Fiera del tartufospiega a Moveo Michele Zese dell’associazione Strada del Barolo e grandi vini di Langa – Ma pensiamo ad esempio proprio al paese di Barolo: un piccolo centro antico che conta 700 abitanti dove improvvisamente arrivano migliaia di persone da tutto il mondo”.

Barolo – Credits: Mario Ferrero

Ecco quindi come anche nelle Langhe si sta cominciando a pianificare lo sviluppo sostenibile dell’area, cercando di intercettare la grande popolarità turistica senza ledere la qualità della vita di chi ci abita. E cominciando a prendere opportune contromisure e scelte di resilienza per i vitigni, in considerazione degli effetti dei cambiamenti climatici che anche in questa zona sono sempre più evidenti. Per capire cosa sta cambiando circa queste tematiche, Moveo è andato a visitare l’area delle Langhe per discuterne con esperti e produttori.

Vigneti nelle Langhe – Credits: Azienda Agricola Diego Morra

Dal Nebbiolo al Barolo, come nasce la popolarità delle Langhe

In una giornata di inizio primavera, dove il clima nuvoloso non lascia spazio né al sole né alla pioggia ma carica l’atmosfera di umidità, Castiglione Falletto appare come un delizioso borgo piemontese. Curato e pulito, con piccole installazioni fortificate risalenti a secoli fa che lo incoronano: soprattutto, in una mattinata di fine marzo, quasi deserto. Eppure è in quest’area che si riversano migliaia di turisti per scoprire vini e tartufi, soprattutto tra primavera e autunno. D’altra parte attorno a Castiglione i nomi dei paesi limitrofi sono essi stessi memoria di grandi vini: Monforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, e soprattutto Barolo. In quest’ultimo nasce il nettare rubino, la cui coltivazione originaria sembra risalire addirittura a 2500 anni fa con la popolazione dei Liguri Stazielli, che idearono i primi impianti a vigneto per la coltivazione della vite. Ma è solo dal secondo Dopoguerra che la zona delle Langhe ha conosciuto una crescente popolarità: nel 1934 nasce il Consorzio del Barolo che poi è stato trasformato sessant’anni dopo nel Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani.

Castiglione Falletto – Credits: Mario Ferrero

Percorrere in macchina la zona delle Langhe ricorda il tragitto tra i colli senesi del Chianti: salite e discese dolci, attorniate da vigne che coprono dorsali di valli e colline e spesso sormontate da un casale se non in alcuni casi da piccoli castelli. E’ proprio la presenza di valli e colline che crea differenti condizioni micro-climatiche in un clima temperato freddo continentale che genera uve dagli aromi fini e intensi. Poi per la nascita del Barolo – così nominato per la prima volta in un documento nel 1268 – serve anche lo specifico terreno argilloso e calcareo, la cui altitudine è in genere compresa tra i 150 e i 500 metri. L’uva del vino Barolo, di colore blu che lungo la maturazione sfocia nel grigio, è quella prodotta dal vitigno del Nebbiolo. Questo vitigno matura tardivamente, verso la fine di ottobre. Per definirsi Barolo il vino deve invecchiare almeno 3 anni, almeno 18 mesi in botte e poi in bottiglia: per la menzione Riserva l’invecchiamento complessivo sale a 5 anni.

Grappolo d’uva nei vigneti delle Langhe – Credits: Azienda Agricola Diego Morra

“Il terreno delle langhe si presta proprio alla coltivazione del Barolo, ma Barolo e Barbaresco cresciuti con il vitigno Nebbiolo in questa zona, che ha una certa storia geologica, qui danno risultati diversi” spiega Zese. “Chi ha un Nebbiolo e coltiva nella zona del Roero non è troppo distante, in linea d’aria, da Castiglione. Eppure i due vitigni danno risultati totalmente diversi. Per cui il Roero rosso che nasce dal Nebbiolo darà vita ad un prodotto più fruttato e che è possibile bere prima rispetto al Barolo, originato anch’esso dal vitigno Nebbiolo: ma il Roero non ha la complessità del Barolo, che è un po’ la sua ricchezza. La specificità geologica della zona della Langa rispetto a quella del Roero è che quest’ultima emerge più recentemente dal mare ed più ricca di sabbia, mentre quella della Langa è ricca di argilla, dando un risultato molto diverso in termini di prodotto”.

Mappa nel centro di Castiglione Falletto – Credits: Moveo

Questo prodotto “diverso” nasce anche dall’iniziativa dei cosiddetti Barolo boys, che negli anni Ottanta del secolo scorso andarono “a studiare in Francia come si facevano i vini della Borgogna e hanno applicato quel metodo: c’è stato questo cambio di produzione che non ha coinvolto tutti i produttori ma che ha innescato un modo diverso di produrre usando il barrique e una notorietà crescente dei vini di questa zona” conclude Zese. Una notorietà che oggi, in certi periodi dell’anno, è diventata letteralmente ingombrante.

Langhe in autunno – Credits: Mario Ferrero

Overtourism: le problematiche e le soluzioni

Soprattutto dopo il Covid, la zona delle Langhe è diventata meta di flussi turistici crescenti. Basti pensare al dato di crescita degli alloggi in questa zona: +10% di posti letto negli ultimi 10 anni, di cui in buona parte in b&b diffusi sul territorio. Si tratta sia di un turismo esperto del mondo vitivinicolo e generalmente possidente, che di molti curiosi e appassionati che si riservano un’esperienza “mordi e fuggi”. Tipologie di turismo che hanno quindi usi ed esigenze diverse ma che entrambe insistono in un territorio fragile e piccolo. A tal proposito, l’associazione Strada del Barolo e grandi vini di Langa ha cominciato ad organizzare tavoli tematici e avanzare proposte per affrontare questa forma di overtourism. Come spiega Zese:

“Negli ultimi cinque anni c’è stata un’esplosione turistica. Strutture ricettive come case-vacanze sono aumentate moltissimo. E’ un equilibrio difficile: ben vengano i turisti ma d’altro canto c’è anche l’incremento conseguente degli affitti per chi vive in zona. Ma la convenienza economica di questa grande affluenza per le cantine è grande, dato che possono vendere una bella fetta della loro produzione direttamente ai consumatori. Anche per questo le cantine si stanno strutturando per integrare servizi di accoglienza, come la ristorazione o la creazione di vere e proprie strutture ricettive”.

L’associazione Strada del Barolo propone nello specifico alcune soluzioni per gestire gli effetti del turismo, tra cui: distribuire meglio i flussi durante tutto l’arco dell’anno, offrendo opportunità di visitare altre zone del territorio oggi non interessate dal boom di turisti (es. Alta Langa), gestire una mobilità più sostenibile, potenziare il trasporto pubblico locale e promuovere servizi di car sharing. E poi garantire la connessione Internet su tutto il territorio anche allo scopo di pianificare meglio la mobilità, incoraggiare i turisti a prolungare la permanenza e scoraggiare i gruppi grandi e low budget non adatti al territorio. “La diversificazione dell’offerta, pensando anche alle famiglie, è centrale: ad esempio, possiamo raggiungere quest’obiettivo puntando per questo target sull’Alta Langa che ha paesaggi meravigliosi adatti a percorsi di trekking. Considerando anche come sta cambiando il clima: un tema sensibile in questa zona e su cui stanno cominciando a riflettere i produttori del territorio.

Castello di Grinzane Cavour – Credits: Mario Ferrero

Cosa pensano i produttori del clima che cambia

Il riscaldamento globale? Per adesso non è un problema per la zona del Barolo, anzi. Come riferiscono gli operatori il caldo ha dato origine ad ottime annate. Riscaldandosi il clima, le uve maturano prima e questo è positivo per la resa del vino. “In passato, mio padre, cercava di tagliare l’erba in vigna per smuovere il terreno e così quel poco Sole che arrivava riscaldava le zolle. Adesso, la ricerca è opposta: non smuovi più il terreno, tieni tutto inerbito e devi mantenere l’erba alta per non bruciare le zolle” spiega Claudio Fenocchio, titolare dell’azienda vitivinicola di famiglia “Giacomo Fenocchio”. Poi, quando si è capito che l’annata di caldo eccezionale diventava la regola, si è cominciato a pensare al futuro in maniera diversa:

“Oggi molti produttori stanno guardando all’Alta Langa, dove si può coltivare a 700-800 metri e dove quindi c’è più fresco e umidità. Ma nasceranno altri vini a quelle quote, non il Chianti o il Barolo per intenderci. Il problema non è tanto quanto ci spostiamo in alto ma la mancanza d’acqua: se non c’è giù, non c’è neanche su”.

Botti di vino nella cantina di un produttore nelle Langhe – Credits: Moveo

Ecco uno dei primi effetti drammatici del cambiamento climatico in questa zona, segue Fenocchio: “Se pensiamo al 2021-2022 sono state annate estremamente siccitose che hanno portato le viti in stress: ovvio che se seguiremo questo trend in futuro non potremo che avere problemi. Quindi il problema principale per le Langhe derivato dai cambiamenti climatici è la carenza d’acqua”. D’accordo anche Diego Morra, titolare della cantina omonima:

Cinquant’anni fa si sciava a Bossolasco, oggi ci si coltiva: è terra di Pinot Nero e Chardonnay per l’Alta Langa, eppure una volta in questa zona c’erano nevicate anche di un metro e mezzo. Non ci sono più le nevicate di cui beneficiava tutta l’area delle Langhe con il rilascio d’acqua che arricchiva il suolo e così la vite, che andava ad attingere dalle radici in profondità”.

Nebbia autunnale nelle Langhe – Credits: Mario Ferrero

Ma il caldo e la carenza di neve non sono i soli effetti negativi dei cambiamenti climatici: gli eventi atmosferici estremi, troppa pioggia o siccità, sono sicuramente elementi che vanno a destabilizzare le produzioni. “I fenomeni temporaleschi durante l’estate sono devastanti: tre anni fa abbiamo avuto una grandinata con chicchi grandi come palline da golf – riprende Fenocchio – Una volta in questa zona quando grandinava con chicchi grandi come nocciole era già un’eccezione, la grandine aveva dimensioni ordinarie simili a un chicco di granturco: oggi invece quando grandina partiamo dalle dimensioni di una nocciola”. Per affrontare queste problematiche secondo Fenocchio la lavorazione a mano al posto del generico uso del diserbante è un valore aggiunto, ma ha un costo economico importante.

Lavoratore in un vigneto delle Langhe – Credits: Azienda Agricola Diego Morra

In ogni caso la consapevolezza del fenomeno e delle sue conseguenze aiuta ad affrontare il problema. Spiega Zese: “Abbiamo vinto un grande progetto europeo, in collaborazione con l’area della Savoia, dove andremo a sviluppare un percorso formativo per sensibilizzare al tema del cambiamento climatico operatori turistici, agricoltori e studenti”. Non solo per l’effetto del global warming sui vini ma anche su un altro prodotto simbolo di questa zona: i tartufi. “Crescono in zone boschive, sempre più scarse a causa della presenza dei vitigni, e poi sono colpiti dalla siccità che sicuramente non crea le condizioni adatte per la loro crescita. E così ce ne sono sempre meno.

Paesaggio delle Langhe – Credits: Azienda Agricola Diego Morra

La siccità ha colpito anche un altro prodotto tipico del territorio, come racconta Morra:

“La siccità la vite l’ha patita meno perché le radici vanno in profondità e le piante sono abbastanza resilienti. Tra le nostre produzioni tipiche, la pianta che invece ha patito di più è stato il nocciolo perché ha l’apparato radicale superficiale: molti alberelli si sono addirittura seccati. Un eccesso di calore che porta alla secca della pianta di nocciolo: mai successo prima a memoria d’uomo“.

Tornando invece agli effetti del cambiamento climatico sulle uve delle Langhe, “il problema è il bacino idrico a cui poter accingere, per cui in assenza d’acqua noi interveniamo a livello agronomico, facendo evapotraspirare meno il suolo: sono operazioni che richiedono moltissime ore di lavoro, e questo va a discapito della produzione. Secondo il produttore piemontese, inoltre, la pianta ha una memoria storica e quindi l’anno successivo ad uno siccitoso preleva più acqua dai grappoli per non rimanere a secco. La soluzione conseguente per il produttore è tagliare grappoli, riducendo quindi il volume produttivo.

Vendemmia a Serralunga d’Alba- Credits: Andrea Tomasetto

D’altra parte, conclude Diego Morra, “siamo appena all’inizio nell’affrontare questi nuovi fenomeni: ancora proposte specifiche per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici non ci sono. Finché Regione, Stato, consorzi non si adoperano per creare un sistema di raccolta di bacino idrico non so fino a quando la viticoltura e l’agricoltura in generale potrà farcela con questo andamento stagionale. E poi è necessario adottare sistemi di irrigazione a goccia per le viti: la dispersione idrica è quasi azzerata mentre la quantità d’acqua è mirata specificamente per le esigenze della coltura”. Rigenerare i corpi idrici e ottimizzare l’uso dell’acqua: due cardini dei principi dell’economia circolare e dell’agricoltura rigenerativa. Una transizione ecologica sempre più necessaria anche per il mondo vitivinicolo.