Il numero dei migranti climatici è destinato sempre di più ad aumentare nei prossimi anni con conseguenze sociali ed economiche disastrose. Scopriamo di più sul fenomeno e perché è importante parlarne.

L’attuale crisi climatica costringerà sempre più persone ad abbandonare il proprio paese d’origine per cercare una vita migliore altrove: lo prevede il rapporto “Migration and Climate Change dell’dell’IOM, che parla di una stima di crescita che si aggira sui 200 milioni di migranti climatici entro il 2050. Un cifra altissima: in pratica parliamo di circa una persona su 45 di quelle che vivono sulla Terra. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire cos’è nello specifico il fenomeno della migrazione climatica, cosa comporta e perché, in realtà, si tratta di una problematica che ci riguarda molto da vicino.

Migranti climatici: chi sono

I migranti climatici o rifugiati climatici sono in sostanza quelle persone che, a causa di eventi improvvisi o progressivi dovuti alla crisi climatica, si ritrovano costretti a fuggire dai loro territori.

Il termine venne coniato da Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, negli anni ’70 ma in concreto non si fonda su nessuna norma del diritto internazionale. Ad oggi, infatti, la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e il Protocollo successivo del 1967 restringono questo status di “migrante” solo a chi è minacciato nel proprio paese da persecuzioni legate all’etnia, alla religione, alle opinioni politiche, alla nazionalità, ma non da questioni ambientali. Tuttavia, proprio pochi mesi fa, per la prima volta al mondo, un paese ha riconosciuto l’asilo climatico a coloro che fuggono per motivi legati al clima. L’Australia ha, infatti, deciso di offrire ospitalità agli abitanti Tuvalu, arcipelago polinesiano minacciato dall’innalzamento dei mari.

Anche se ad oggi non esiste una convenzione internazionale che protegge i migranti climatici, tale fenomeno esiste e va indagato a fondo. Come sottolinea, infatti,  l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM), alcuni fattori dell’attuale crisi climatica vanno ad influenzare sensibilmente le migrazioni: da un lato, vi sono fenomeni come siccità, innalzamento del livello del mare e deperimento del suolo provocato dallo sfruttamento intensivo, e dall’altro calamità come cicloni, alluvioni e uragani.

La decisione di migrare, tuttavia, non dipende solo dal cambiamento climatico, ma da tanti altri elementi che con esso si amplificano: come la crescita della popolazione, le scarse risorse economiche, il contesto sociale e le politiche governative.

Uno sguardo al fenomeno

Solo lo scorso anno, più di 17,2 milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa fenomeni distruttivi e di rischi meteorologici. E, ad oggi, mancano fondamentalmente gli strumenti per affrontare adeguatamente il fenomeno, sebbene sia comunque aumentata la consapevolezza dei problemi legati alle migrazioni climatiche.

Nel 2015, gli stati firmatari dell’Accordo di Parigi hanno stilato dei piani per aiutare le persone sfollate a causa del cambiamento climatico. Tre anni dopo, nel 2018,  l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato (con il voto contrario degli Stati Uniti) il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, un documento che riconosce la crisi climatica come uno dei fattori scatenanti del movimento delle persone nei prossimi anni, e che sollecita i governi a formare dei piani per prevenire le migrazioni climatiche e aiutare le persone che saranno costrette a spostarsi per questi motivi.

Tuttavia, questi accordi non sono sufficientemente elaborati per affrontare un problema così complesso e i Paesi, vedendo le migrazioni come un rischio per la sola sicurezza regionale, non attuano interventi mirati per arginare il fenomeno in maniera concreta.

Migranti climatici: quali sono le conseguenze che ci attendono

Secondo le stime del rapporto“Migration and Climate Change” dell’dell’IOM i migranti climatici potrebbero aumentare del 200% nei prossimi 25 anni, se non riuscissimo a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Quest’ultimo persegue l’obiettivo di limitare ben al di sotto di 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale, puntando a un aumento massimo pari a 1,5 gradi al fine di evitare conseguenze catastrofiche per il cambiamento climatico.

Tra gli altri obiettivi di primaria importanza troviamo anche la diminuzione delle emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 e raggiungere lo zero netto entro il 2050 con anche il il miglioramento della resilienza agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Oltre ad avere un impatto disastroso sui fenomeni migratori, infatti, gli effetti del cambiamento climatico stanno avendo conseguenze negative anche sull’economia, sulla società e persino sulla nostra salute.

Siccità, inondazioni e tempeste concorrono alla contaminazione dell’acqua potabile e alla successiva diffusione di gastroenteriti, portando allo scoppio di vere e proprie epidemie. Il caldo altera la qualità del sonno notturno e aumenta l’incidenza di problemi cardiaci e il 99% della popolazione mondiale respira livelli di inquinamento atmosferico ben oltre i livelli soglia stilati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Quale futuro?

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) entro il 2050 oltre 200 milioni potrebbero essere costrette a emigrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici. Il problema è che se gli obiettivi dell’Accordo di Parigi non verranno rispettati, la situazione potrebbe peggiorare molto velocemente.

Certo, in Europa ci sono stati dei netti miglioramenti soprattutto per quanto concerne le politiche di riduzione di emissioni di CO2, grazie ad investimenti nel settore industriale e a decisioni come lo stop alle auto termiche in EU a favore di servizi di mobilità sostenibile -come bike sharingcar sharing–  e di auto elettriche. Ma tutto questo però ancora non basta.

Stando ai dati attuali, siamo ancora molto lontani dal raggiungimento dello zero netto. Un dato che sicuramente preoccupa poiché, nonostante i continui appelli dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali, le azioni necessarie per mitigare gli effetti del riscaldamento globale e sviluppare politiche di adattamento ai cambiamenti climatici in concreto restano ancora insufficienti.