Un borgo calabrese abbandonato che sembra sospeso tra storia e leggenda. Un luogo dove la roccia prende forma di mano, e una strage accaduta nella notte di Pasqua del 1686 ancora echeggia tra le sue case vuote. Alla scoperta di Pentedattilo.

Tra i borghi della Calabria ce n’è uno nel cuore dell’area grecanica, più a sud di Reggio Calabria, abbarbicato alla montagna, un tempo vitale e popolato, oggi silenzioso ma tutt’altro che dimenticato. È una frazione ormai disabitata del comune di Melito Porto Salvo, e si distingue per la sua forma inconfondibile: una mano gigantesca scolpita nella roccia, che dà nome al paese. Pentedattilo, dal greco “penta-dàktylos”, significa proprio cinque dita. Da qui nasce la leggenda più inquietante della Calabria, quella della “mano del diavolo” pronta a chiudersi e stritolare case e persone.

Una leggenda che affonda le sue radici in una tragedia realmente avvenuta, nella notte di Pasqua del 1686, e che ha reso questo borgo un simbolo di mistero e fascino per chi ama le atmosfere sospese tra mito e realtà. Andiamo alla scoperta di uno dei borghi nascosti più misteriosi dello Stivale.

La leggenda della Pasqua insanguinata e la maledizione della “mano del diavolo”

Nel 1686, in un clima segnato da secolari faide familiari, i marchesi Alberti di Pentedattilo e i baroni Abenavoli di Montebello Jonico tentarono di siglare una pace attraverso un matrimonio combinato. Antonietta Alberti avrebbe dovuto sposare Bernardino Abenavoli, ma l’arrivo del viceré di Napoli, don Pedro Cortez, cambiò tutto. Con lui c’era il figlio, don Petrillo, che si innamorò perdutamente di Antonietta. I due si fidanzarono, mandando a monte il patto con gli Abenavoli.

Bernardino non la prese bene. E così, nella notte di Pasqua del 1686, approfittando del favore delle tenebre e con l’aiuto di un complice all’interno del castello, entrò nel maniero degli Alberti, uccise tutti e rase al suolo la dimora. Il castello, oggi ridotto a ruderi, domina ancora l’abitato abbandonato. La leggenda racconta che quella notte segnò la condanna eterna di Pentedattilo: le cinque dita della montagna, immobili da secoli, un giorno si chiuderanno, portando a compimento la maledizione. Una storia vera, anche se romanzata, che ha nutrito per secoli l’immaginario popolare e continua ad attirare viaggiatori e curiosi.

Dove terra e mare si incontrano: alla scoperta di Pentedattilo

Il borgo domina dall’alto il punto esatto in cui il mar Ionio incontra il Tirreno. La statale 106 taglia la costa come una lama e basta volgere lo sguardo al tramonto per vedere la sottile linea bianca che separa le due acque. Una ferrovia di trenini locali accompagna il paesaggio costiero, mentre alle spalle la roccia incombe con le sue dita di argilla. Salendo verso Pentedattilo si lascia il mondo moderno alle spalle: non ci sono motori, né rumori. Solo silenzio, pietra e leggenda.

E mentre si cammina tra le rovine, tra le botteghe e le storie raccontate dalle guide, è impossibile non alzare lo sguardo verso quella mano scolpita nella roccia. Romantica e minacciosa, simbolo di un tempo sospeso che ancora oggi sembra voler trattenere chi la guarda.

Il declino del borgo e il recente ritorno turistico

Nonostante la leggenda, il vero motivo dell’abbandono del borgo fu molto più pratico. A partire dagli anni Settanta del Novecento, i residenti iniziarono a lasciare Pentedattilo per scendere a valle. Il paese, incastonato nella roccia, ha vicoli troppo stretti per le auto, nessuna possibilità di espansione e un elevato rischio di frane.

Negli anni Ottanta gli ultimi abitanti ufficiali se ne andarono, lasciando case, chiese e botteghe al silenzio. Solo in tempi recenti, dagli anni Duemila, il borgo ha vissuto una timida rinascita, almeno di giorno: sono tornati artigiani, artisti, guide turistiche e visitatori. Qualcuno ha riaperto botteghe, qualcun altro ha avviato percorsi guidati e punti di ristoro. Anche se la notte resta dominio dell’abbandono, di giorno il borgo si anima.

Tra i primi ad aver riscoperto Pentedattilo c’è stato anche un pittore tedesco, che in un periodo imprecisato degli ultimi decenni si è stabilito in una delle case del borgo, prima di sparire così come era arrivato. Episodi come questo hanno contribuito ad alimentare il fascino del luogo, dove oggi si tengono anche festival, mostre ed eventi culturali che fanno rivivere le strade silenziose e le piazzette inerpicate.

Cosa vedere oggi a Pentedattilo

Pentedattilo non è solo mistero. È anche un frammento vivo della Magna Grecia. La zona in cui si trova è quella dell’area grecanica: Bova, Bovalino, Palizzi, e altri paesi dove si parla ancora un dialetto di origine greca, mescolato al calabrese. Camminare tra le sue case e ascoltare i racconti degli abitanti della zona è come attraversare lo Ionio e trovarsi improvvisamente sulle coste dell’Egeo.

Una visita a Pentedattilo non richiede più di un paio d’ore, ma vale ogni minuto. Si può pernottare a Melito di Porto Salvo e poi salire in macchina fino a uno spiazzo panoramico con un piccolo chiosco: da lì in poi, si prosegue a piedi. Attraversato un ponte, si entra nel borgo abbandonato, dove oggi fioriscono botteghe d’artigianato e si può ancora respirare l’atmosfera di fine Ottocento. I cortili delle case sono spesso accessibili, le imposte lasciate socchiuse, e dalle finestre si intuisce una vita quotidiana ormai svanita. Anche la cattedrale è ancora presente, chiusa ma non sconsacrata. Ogni tanto il parroco di Melito risale per celebrarvi messa, anche se – dicono le guide locali – lì non si sposa più nessuno da quel tragico giorno di Pasqua del 1686.

Come arrivare a Pentedattilo

Pentedattilo può essere raggiunto in auto sfruttando il servizio del telepedaggio e poi, una volta usciti dall’autostrada, bisogna:

  • Prendere la SS 106 direzione RC/TA, uscita Annà, giunti al quadrivio svoltare a sinistra e proseguire sulla via Nazionale per 500 metri, al bivio svoltare a sinistra e proseguire con direzione nord per circa 4 km;
  • Prendere la SS106 direzione RC/SA uscita Pentedattilo/Annà e procedere con direzione nord per circa 4 km.

In alternativa, c’è il treno, che però non arrivare direttamente nel borgo, ma ferma alla stazione di Melito Porto Salvo o Annà. Da qui bisogna prendere un taxi.