A Pieve Santo Stefano, nella Valtiberina, un luogo speciale raccoglie migliaia di diari, lettere e memorie private trasformandole in un grande racconto collettivo del Novecento e del presente
Pieve Santo Stefano è un piccolo paese della Valtiberina, in provincia di Arezzo, al confine tra Toscana, Umbria e Romagna. Chi arriva qui incontra un cartello giallo, posto sotto quello della toponomastica ufficiale, con una scritta: “Città del diario”. Dal 1984 Pieve ospita l’Archivio Diaristico Nazionale, una delle raccolte più importanti in Italia dedicate alle scritture autobiografiche di persone comuni: diari, memorie, epistolari, taccuini, quaderni, lettere. Accanto all’Archivio è nato poi il Piccolo Museo del Diario, un percorso multimediale e narrativo che permette ai visitatori di entrare in contatto con alcune delle storie raccolte nel tempo. L’uno custodisce, cataloga e rende consultabili le memorie; l’altro le racconta e le fa ascoltare. Insieme trasformano Pieve Santo Stefano in un luogo in cui le vicende individuali diventano un grande racconto collettivo della storia italiana.

Saverio Tutino e la nascita dell’Archivio
L’Archivio Diaristico Nazionale nasce da un’intuizione di Saverio Tutino, giornalista, scrittore, partigiano, che per molti anni ha raccontato la storia del Novecento. Dopo una vita da inviato, Tutino immaginò un archivio diverso da quelli tradizionali: non dedicato ai grandi protagonisti della politica o della cultura, ma alle persone comuni, a chi aveva lasciato una traccia scritta della propria esistenza senza pensare necessariamente alla pubblicazione. Tutino, trasferitosi in Valtiberina, cercò un Comune disposto ad accogliere questa idea, e fu Pieve a offrirgli lo spazio e la disponibilità. Così, nel 1984, nella biblioteca comunale, cominciarono ad arrivare i primi diari. Da allora l’Archivio è cresciuto fino a diventare un patrimonio di migliaia di testi autobiografici (ad oggi circa 10mila).

Che cos’è l’Archivio dei diari
L’Archivio Diaristico Nazionale è prima di tutto un luogo di raccolta, tutela e studio della scrittura autobiografica. Ogni anno arrivano a Pieve nuovi materiali: diari di guerra, memorie familiari, lettere d’amore, quaderni scolastici, autobiografie, racconti di migrazione, taccuini giovanili, testimonianze di lavoro, malattia, povertà, desiderio, violenza, liberazione. La loro forza sta proprio nel punto di vista: non sono la Storia raccontata dall’alto, ma la storia osservata da chi l’ha attraversata nella propria vita quotidiana. Dentro questi testi si incontrano la miseria dei primi decenni del Novecento, le due guerre, la fame, l’emigrazione, il boom economico, le trasformazioni del lavoro, le relazioni familiari, le migrazioni contemporanee, le nuove forme di solitudine e di resistenza. Ogni documento viene letto, schedato, digitalizzato e catalogato, salvo eventuali vincoli indicati da chi lo consegna. Per questo l’Archivio è anche un enorme laboratorio di ricerca: un luogo dove studiosi, autori, registi, giornalisti e lettori possono cercare nelle storie private una chiave per comprendere meglio il Paese.

Come si consulta e come si consegna un diario
L’Archivio può essere consultato per motivi di studio, ricerca o interesse culturale, seguendo le modalità indicate dalla Fondazione. Una parte del patrimonio è esplorabile anche attraverso il catalogo digitale. I documenti originali, invece, sono conservati a Pieve Santo Stefano e richiedono procedure di consultazione specifiche, anche perché si tratta spesso di materiali intimi e delicati. Chi possiede un diario, una memoria, un’autobiografia o un epistolario può inviarlo o portarlo di persona all’Archivio scegliendo se farlo partecipare al Premio Pieve oppure semplicemente depositarlo. Si possono indicare vincoli, volontà particolari, limiti di lettura o condizioni temporali. Esistono memorie donate solo per essere custodite, altre da aprire dopo la morte dell’autore o in una data stabilita. Anche questo fa parte della natura dell’Archivio: accogliere le vite scritte rispettando il grado di esposizione che ciascuno decide di dare alla propria storia.

Il Piccolo Museo del Diario
Il Piccolo Museo del Diario nasce per rendere visibile e visitabile, almeno in parte, questo patrimonio sterminato. Inaugurato nel 2013 e ospitato nel Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano, è un percorso multisensoriale e interattivo ispirato anche al lavoro di Mario Perrotta e al suo libro Il paese dei diari. Non è un museo tradizionale, con teche e pannelli, ma un racconto fatto di voci, luci, installazioni, oggetti, pagine, cassetti, archivi immaginari e presenze sonore. Le piccole stanze si visitano accompagnati da guide che non si limitano a spiegare: raccontano le storie, le collegano tra loro, restituiscono il senso umano dei documenti. È una parte fondamentale dell’esperienza, perché permette di capire che dietro ogni quaderno, ogni lettera, ogni foglio, esiste una persona. Il museo non può mostrare tutto l’Archivio, ma riesce a farne percepire la vastità.

Il lenzuolo di Clelia Marchi
Tra le storie più note e commoventi conservate a Pieve c’è quella di Clelia Marchi, contadina mantovana nata nel 1912, che aveva frequentato solo la scuola elementare e trascorso la vita tra lavoro nei campi, famiglia, lutti e fatica. Dopo la morte improvvisa dell’amatissimo marito Anteo, Clelia cominciò a scrivere per non essere travolta dal dolore. Riempì quaderni, fogli, ogni superficie disponibile, fino a quando, una notte, finita la carta, prese dal corredo nuziale un lenzuolo a due piazze e cominciò a scriverci sopra la storia della sua vita. Nacque così un incredibile testo autobiografico, una pagina enorme dove la memoria si appoggia letteralmente su un tessuto legato al matrimonio e all’assenza di un corpo. Clelia racconta la povertà, il lavoro, i figli, il legame con il marito in modo semplice, con qualche errore di grammatica e una incisività sorprendente. Lo scritto di Clelia è diventato un libro, attualmente edito dal Saggiatore con il titolo che lei stessa ha inciso con il Tratto Pen nella parte alta del lenzuolo: Gnanca na busia.

Vincenzo Rabito e Terra matta
Un’altra sala del museo è dedicata a Vincenzo Rabito, nato nel 1899 in provincia di Ragusa, cantoniere siciliano semianalfabeta che a settant’anni decise di raccontare la propria vita. Si mise davanti a una macchina da scrivere e compose 1027 pagine fitte, quasi senza margini, usando un linguaggio personale, irregolare, un flusso di coscienza in cui italiano e dialetto si mescolano continuamente. Rabito separava ogni parola con un punto e virgola, senza eccezioni. Nel dattiloscritto racconta la Prima guerra mondiale, il fascismo, l’Africa coloniale, la Seconda guerra mondiale, lo sbarco degli Alleati, la fame, il lavoro, la famiglia. Il suo testo, vincitore del Premio Pieve nel 2000, è stato poi pubblicato da Einaudi con il titolo Terra matta, diventando un caso editoriale. Camilleri lo descrive così: “Cinquant’anni di storia italiana patiti e raccontati con straordinaria forza narrativa. Un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso”.









