Solo tre anni fa si è registrata quasi la metà rispetto alla media degli ultimi trent’anni: il cambiamento climatico ha aggravato i problemi di disponibilità idrica che sconta il nostro Paese. Moveo ha analizzato cosa sta succedendo all’acqua in Italia in quest’intervista a Stefano Mariani dell’ISPRA

Quest’estate l’allarme siccità per carenza d’acqua in estate è iniziato perfino prima che cominciasse la stagione estiva. Questa volta si è cercato di anticipare i tempi, dato che i primi quattro mesi del 2025 sono stati i più caldi mai registrati. Ormai si registrano nuovi trend e record ogni anno, il problema comincia ad essere addirittura la disponibilità di acqua potabile. Mentre l’arco alpino soffre ormai di carenza di neve e lo zero termico si è alzato, il Po e gli altri grandi fiumi italiani sono sempre più in secca. A Sud la situazione è sempre più evidente, ad esempio in Puglia gli invasi hanno raschiato il al 33% della capienza, le colture in Basilicata e Sardegna sono quelle che hanno sofferto di più la carenza idrica. E in Sicilia, soprattutto nella provincia agrigentina, la disponibilità di acqua potabile è calata ulteriormente. Qual è allora lo stato generale della disponibilità di acqua in Italia? Moveo ha approfondito la questione in questa intervista a Stefano Mariani, ricercatore dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

Pensando agli ultimi trent’anni, la disponibilità di acqua in Italia è diminuita?

In generale sì, pensando all’intero territorio nazionale. Come spiega il ricercatore:

«A livello nazionale, dal 1951 ad oggi si continua a osservare un trend negativo sulla disponibilità di risorsa idrica. Il trend decrescente presente nella serie storica della disponibilità naturale di risorsa idrica rinnovabile risulta statisticamente significativo»

Il 2025, di cui ancora non si possono avere dati completi, promette di invertire nuovamente il trend che sembrava aver avuto l’anno scorso un momento di flessione:

«Nel 2024, la disponibilità a livello nazionale di risorsa idrica è stata invece superiore alla media annua dell’ultimo trentennio climatologico. Ciò è da attribuire soprattutto alle abbondanti precipitazioni che hanno interessato il Nord del Paese, mentre il Centro, il Sud e le Isole maggiori sono state comunque soggette a condizione di siccità e di stress idrico».

Qual è stato l’anno peggiore in termini di carenza d’acqua?

«Nel 2022 si è toccato a livello nazionale il minimo storico di disponibilità di risorsa idrica, con 67,0 miliardi di metri cubi che rappresenta una riduzione di circa il 50% rispetto alla disponibilità annua media dell’ultimo trentennio climatologico 1991-2020 che ammonta a 133,5 miliardi di metri cubi. Tale situazione è stata effetto della siccità estrema e prolungata che ha colpito in maniera persistente il Nord e il Centro Italia».

Quali sono i settori più idrovori?

Storicamente, l’incidenza del settore primario e secondario è sempre stato molto rilevante nel nostro Paese. Le proporzioni sono quelle di seguito descritte, spiega Mariani:

«Le ultime valutazioni pubblicate dall’Istat evidenziano che in Italia, negli anni 2015–2019, il volume totale d’acqua prelevata per tutti gli usi è in media annua di circa 30,4 miliardi di metri cubi, di cui il 31% prelevato per uso civile, il 56% per uso irrigue e il 13% per uso industriale. Tali percentuali medie possono variare scendendo a scala regionale e locale, sulla base della popolazione residente (e delle attività turistiche) e della produzione agricola e industriale».

Quanto incide sulla qualità e la quantità di risorse il climate change?

Secondo il ricercatore dell’ISPRA, l’impatto dell’uomo è determinante sia per la disponibilità che per la bontà dell’acqua in Italia:

«L’aumento delle temperature, l’intensificazione degli eventi idro-meteorologici estremi, incluso l’aumento in termini di intensità, persistenza e frequenza di eventi di siccità hanno un impatto sulla qualità e sulla disponibilità naturale di risorsa idrica, conseguentemente sulla capacità di soddisfacimento della domanda di acqua per i diversi usi (civile, agricolo, industriale) e dei fabbisogni degli ecosistemi»

Il cambiamento climatico non fa che peggiorare ulteriormente il quadro:

«Inoltre, le altre pressioni antropiche, quali ad esempio prelievi eccessivi o non autorizzati, problemi nelle reti di distribuzioni e nelle capacità degli invasi, qualità delle acque non adatta agli usi per cui sono destinate possono ulteriormente peggiorare le condizioni di stress idrico dovute agli impatti del climate change».

Quali sono le aree del paese più a rischio di stress idrico e perché?

Mariani spiega che con l’istituzione nel 2016 degli Osservatori permanenti distrettuali sugli utilizzi idrici c’è un aggiornamento quasi settimanale della severità idrica che interessa i distretti idrografici e le eventuali situazioni locali che interessano i territori nei distretti:

«Attualmente, possiamo dire che la situazione vede una Italia divisa a metà, con il Nord Italia che, in generale, non è affetto da problemi di severità idrica mentre il Centro e, in particolare, il Sud Italia e le Isole maggiori si trovano in severità idrica media o alta (alta in Sicilia e in diverse aree della Sardegna e del distretto idrografico dell’Appennino Meridionale)».

Ecco di seguito una mappa aggiornata:

 

Stato della severità idrica a livello nazionale, aggiornata al 14 settembre 2025 – Credits: ISPRA

Quali soluzioni generali e quali specifiche sono state messe in campo?

Il ricercatore mette in luce le iniziative rivolte in particolare al monitoraggio e alla raccolta dati perché «solo questa conoscenza può portare a scegliere in un contesto di water governance le migliori soluzioni al problema della gestione della risorsa idrica». Da questi si dovrebbero applicare politiche mirate e misurabili nei risultati, avendo chiare premesse iniziali e obiettivi:

«Su queste questioni l’Italia sta agendo e investendo. Basti pensare, ad esempio, agli Osservatori distrettuali sugli utilizzi idrici che affrontano, nell’ambito della Direttiva Quadro Acque, il tema della pianificazione e della gestione della risorsa idrica, della siccità e della scarsità idrica, anche a fronte degli impatti dei cambiamenti climatici. Inoltre, è rilevante l’importanza data a livello nazionale all’ampliamento del quadro conosciuto attraverso interventi dedicati all’acqua, riconoscibili nelle iniziative promosse dal MASE, come quelle del Piano Operativo Ambiente e del Sistema integrato e avanzato di monitoraggio e previsione del PNRR (il PNRR SIM), o come gli investimenti del PNRR dedicati all’Osservazione della terra»

In particolare, l’ISPRA coordina un’iniziativa nazionale per sviluppare prodotti e servizi di valutazione e previsione a livello nazionale degli impatti attuali e futuri dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle risorse naturali:

«Tra gli obiettivi dell’iniziativa vi è l’utilizzo del modello nazionale BIGBANG dell’ISPRA per la stima stagionale della risorsa idrica e dell’occorrenza di eventi di siccità, e la stima futura del bilancio idrologico nazionale sulla base di diversi scenari climatici».