Lo smog è in calo, ma l’Italia resta lontana dagli obiettivi europei. È quanto emerge dai dati del nuovo Report “Mal’aria” 2026 di Legambiente: ci sono segnali di miglioramento nel 2025, con meno città fuori legge per il PM10, ma i progressi sono ancora fragili, soprattutto in vista dei limiti più stringenti che entreranno in vigore dal 2030.
Il nuovo rapporto “Mal’Aria di città” 2026, diffuso da Legambiente, restituisce una fotografia articolata della qualità dell’aria nei capoluoghi italiani. Nel complesso emerge un dato incoraggiante: nel 2025 diminuisce il numero delle città che superano i limiti giornalieri di PM10, uno dei principali indicatori dell’inquinamento urbano. Tuttavia, il miglioramento non è tale da segnare una vera inversione di tendenza.
Guardando ai nuovi parametri europei previsti dal 2030, l’Italia appare ancora ampiamente in ritardo e rischia nuove sanzioni, come dimostra anche la recente procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico. Ecco i dettagli emersi dal report.
Report Legambiente 2026: smog in diminuzione, ma non abbastanza
Nel 2025 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di PM10 (50 microgrammi per metro cubo, consentiti per un massimo di 35 giorni all’anno) scendono a 13. Un netto miglioramento: erano 25 nel 2024, 18 nel 2023 e 29 nel 2022.
Le situazioni più critiche restano concentrate in alcune grandi città e nel Sud. Palermo guida la classifica degli sforamenti, con la centralina di Belgio arrivata a 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano, Napoli e Ragusa. Altri capoluoghi, come Frosinone (“maglia nera” nel 2025), Lodi, Monza, Cremona e Verona, si collocano appena sotto soglie comunque elevate.
Nel resto delle città monitorate non si registrano superamenti dei limiti di legge e, come già accaduto negli anni precedenti, nessun capoluogo oltrepassa i valori medi annuali previsti per PM10, PM2.5 e biossido di azoto.
Secondo il report, i miglioramenti osservati nel 2025 sono legati anche a condizioni meteorologiche favorevoli e al progressivo miglioramento tecnologico dei veicoli e degli impianti, più che a politiche strutturali pienamente efficaci. Un elemento che rende i risultati ancora instabili e facilmente reversibili.
Attenzione al bacino padano
La Pianura Padana resta l’area più critica a livello nazionale ed europeo. Ma se in passato le maggiori criticità riguardavano soprattutto le grandi città, oggi anche centri medio-piccoli e aree rurali presentano concentrazioni elevate di inquinanti. Il problema è attribuito agli allevamenti intensivi e alle emissioni di ammoniaca, che contribuiscono alla formazione delle polveri sottili. Proprio qui, sottolinea Legambiente, i recenti tagli alle risorse rischiano di compromettere i progressi ottenuti.
Cosa cambierà dal 2030: il confronto con la situazione attuale
Lo scenario si fa più complesso se si applicano ai dati attuali i nuovi limiti europei che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030. Con soglie più stringenti – 20 microgrammi per metro cubo per PM10 e NO2, 10 microgrammi per il PM2.5 – oltre metà dei capoluoghi italiani risulterebbe già oggi fuori norma per il PM10. Ancora più critica la situazione del PM2.5, con quasi tre città su quattro oltre il valore previsto, mentre per il biossido di azoto il 38% dei capoluoghi non rispetta il futuro limite.
L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni mostra che molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti troppo lentamente. Se il ritmo attuale non cambierà, diversi centri rischiano di arrivare al 2030 ancora lontani dagli obiettivi, soprattutto nel Nord e nel bacino padano. Altre città, invece, pur partendo da valori oggi superiori alle soglie future, risultano sulla traiettoria giusta per rientrare nei limiti entro la fine del decennio.
Le proposte di Legambiente
Per colmare il divario con gli obiettivi europei e rendere strutturali i miglioramenti, Legambiente chiede interventi coordinati su più fronti. In particolare, l’associazione indica come prioritari:
- Mobilità sostenibile, con maggiori investimenti nel trasporto pubblico, l’estensione delle zone a basse emissioni, lo sviluppo delle reti ciclabili e la diffusione del modello “Città 30”. L’aiuto arriva anche da una maggiore diffusione dei servizi di mobilità condivisa, come bike sharing e monopattini elettrici;
- Riscaldamento ed edifici, attraverso la progressiva eliminazione degli impianti più inquinanti, limiti all’uso della biomassa nelle aree critiche e programmi di riqualificazione energetica;
- Riduzione delle emissioni industriali, con piani di bonifica per i siti inquinati e criteri più stringenti per gli impianti situati in ambito urbano;
- Agricoltura e allevamenti, puntando a ridurre l’eccessiva concentrazione di capi, migliorare la gestione dei liquami e limitare le pratiche più impattanti.
- Risorse e coordinamento, ripristinando i fondi nazionali dedicati alla qualità dell’aria e rafforzando il coordinamento tra Stato, Regioni e Comuni;
- Monitoraggio, con l’aggiornamento della rete di centraline e l’introduzione di sistemi di controllo anche per inquinanti oggi poco monitorati, come ammoniaca e metano.
Secondo Legambiente, senza un cambio di passo deciso e continuo, i miglioramenti registrati nel 2025 rischiano di restare episodi isolati, insufficienti a garantire il rispetto dei limiti europei e la tutela della salute pubblica nel medio-lungo periodo.








