Il rewilding mira alla protezione delle aree naturali e punta al ripristino degli ecosistemi attraverso la reintroduzione di specie chiave e la rimozione delle impronte antropiche.

Il concetto di rewilding

L’incremento del consumo di risorse naturali da parte degli esseri umani ha provocato cambiamenti ambientali su vasta scala, influenzando gli ecosistemi a livello globale. Il danno ambientale è evidente, con attualmente 32.000 specie a rischio secondo l’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). Per contrastare questa situazione critica, emerge il concetto di rewilding, definito come un’ampia pratica di conservazione volta al ripristino e alla protezione delle aree naturali. Questo processo avviene tramite la reintroduzione di specie chiave, come grandi erbivori e grandi carnivori, e rimuovendo le tracce antropiche, per permettere alla natura di riprendere il sopravvento. La Commissione Europea, nella Strategia per la Biodiversità 2030, propone obiettivi vincolanti per il risanamento degli stati membri dell’UE, enfatizzando progetti su scala paesaggistica e la connettività essenziale per la biodiversità e il clima. L’obiettivo è il ripristino ecologico fino al punto in cui gli ecosistemi possano autoregolarsi naturalmente.

Il rewilding, tradotto in italiano come “rinaturalizzare”, non è riservato solo alle riserve naturali. È un approccio flessibile che può essere applicato anche in giardini di qualsiasi dimensione, offrendo un modo per proteggere e coltivare ecosistemi naturali.

I benefici del rewilding

Il rewilding va oltre la mera reintroduzione di specie, coinvolgendo diverse discipline e cercando una connessione emotiva tra l’uomo e la natura. Secondo Isabella Tree, autrice di “Wilding: il ritorno della natura in una fattoria britannica”, è una rinuncia del controllo umano sull’ambiente, che permette alla natura di esprimersi autonomamente.

Due ragioni principali hanno spinto la crescita del rewilding: il crollo della biodiversità a livello globale e l’ispirazione derivante da luoghi abbandonati dall’uomo che ritornano alla natura. Questi includono la foresta di Harvard negli Stati Uniti (distrutta nel corso del XIX secolo e ora rinata) e la “Cortina verde” lungo il tracciato della Cortina di Ferro, dove l’assenza di fabbricati e interventi umani hanno incoraggiato il ritorno della natura.

Gli ecosistemi equilibrati contribuiscono direttamente al benessere umano, assicurando la qualità di prodotti vitali come cibo, acqua dolce, materie prime, risorse genetiche, medicinali e ornamenti, definiti come “servizi di approvvigionamento”. Il contatto diretto con ecosistemi equilibrati può aumentare anche la resilienza. Molti vedono nel rewilding un mezzo per affrontare il cambiamento climatico e creare nuovi posti di lavoro.

Il rewilding in Italia e in Europa

In Europa e a livello nazionale, diversi progetti si dedicano al rewilding per proteggere aree a rischio a causa della perdita di biodiversità, cambiamenti climatici e azioni umane. Tra i progetti più significativi vi sono:

  • Il Rewilding Europe, un’organizzazione no-profit con sede nei Paesi Bassi, che lavora da oltre dieci anni per proteggere e ampliare la biodiversità in grandi aree europee coinvolgendo attivamente attori locali;
  • Il Rewilding Apennines, una delle iniziative più significative che mira a promuovere la conservazione della biodiversità nell’Appennino italiano. Questo progetto si concentra sulla creazione di corridoi ecologici e habitat idonei per la fauna locale, con particolare attenzione all’orso bruno marsicano, una specie a rischio critico, ma anche al camoscio appenninico o allo stambecco. La strategia per la difesa dell’orso marsicano si concentra sul collegamento delle aree protette esistenti che comprendono il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise con il Parco Regionale Sirente Velino a nord, a est con il Parco Nazionale della Majella e ad ovest con il Parco Regionale dei Monti Simbrui.

Il rewilding nelle città

Il rimboschimento urbano non è una novità, e sono numerosi i casi in cui porzioni di spazio cittadino vengono riservate alla natura selvatica:

  • A Londra, ad esempio, sono in corso i lavori per la creazione della Heritage Forest, gestita da SUGi, situata tra i quartieri di Chelsea e Kensington, utilizzando il metodo Miyawaki che si propone di far crescere una foresta nel giro di qualche decennio e non di qualche secolo;
  • Un esempio simile si riscontra a Roma, dove la natura ha riconquistato l’area industriale SNIA, trasformandola nel Parco cittadino del Lago Bullicante, ora apprezzato e frequentato dalla comunità locale;
  • Anche a Milano suscita grande interesse l’aspetto selvatico degli Scali Ferroviari lasciati incolti;
  • A Parigi, 30 anni fa, il paesaggista Michel Desvigne ha progettato un bosco rigoglioso di 100 betulle per il complesso di case popolari di rue de Meaux, ideato da Renzo Piano.

Un rapporto equilibrato tra l’uomo e la natura in città si crea anche attraverso l’uso della mobilità sostenibile che non inquina. Ecco perché, ad esempio, avere un app di bike sharing che permetta di noleggiare una bici ovunque ci si trovi è un’opzione sostenibile e alternativa all’auto da non sottovalutare mai.

Chi è il rewilder

La figura del rewilder è essenziale per il successo delle iniziative di rewilding. Questa figura svolge un ruolo chiave nel progettare, implementare e gestire progetti di rinaturalizzazione, lavorando per ristabilire equilibri naturali compromessi dalle attività umane.

La figura del rewilder richiede una formazione multidisciplinare: lauree in biologia, ecologia, agraria o discipline ambientali sono comuni. Le competenze interdisciplinari includono la biologia della conservazione, la gestione delle risorse naturali, la zoologia, la geografia e la comunicazione ambientale.

Le attività del rewilder:

  • Il rewilder è coinvolto nella progettazione di interventi per ripristinare e migliorare gli ecosistemi. Questo può includere la reintroduzione di specie native, la creazione di habitat idonei e la gestione delle popolazioni di fauna selvatica;
  • Il rewilder è responsabile del monitoraggio costante degli ecosistemi coinvolti nel processo di rewilding. Questo monitoraggio aiuta a valutare l’efficacia delle strategie adottate e a identificare eventuali correzioni necessarie;
  • Nel caso di reintroduzione di specie, il rewilder si occupa della gestione delle popolazioni, garantendo un equilibrio sostenibile e la coesistenza armoniosa tra le specie reintegrate e l’ambiente circostante;
  • La collaborazione con le comunità locali e le scuole è un elemento cruciale. Il rewilder, infatti, lavora per coinvolgere e educare le persone sul valore della conservazione della natura,della biodiversità e degli ecosistemi, e sulla necessità di pratiche di rewilding;
  • Alcuni rewilder sono coinvolti nella promozione dell’ecoturismo come fonte sostenibile di finanziamento per i progetti di rewilding. L’ecoturismo può contribuire alla consapevolezza e alla sostenibilità economica.