Negli ultimi anni le tecnologie informatiche e digitali sono diventate sempre meno sostenibili. Per fabbricare un computer, per esempio, si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili. Internet prosciuga il 10% dell’elettricità mondiale e rispetto a dieci anni fa inquina sei volte di più, con un monte emissioni che eguaglia oggi quello dell’intero traffico aereo internazionale. Anche se siamo generalmente portati a considerare la tecnologia come la soluzione per eccellenza alla crisi climatica, essa in realtà sta diventando sempre più parte del problema. Occorrerebbe dunque valutare i consumi di ciascuno dei dispositivi e delle funzionalità che utilizziamo continuamente, per minimizzare l’impatto dell’infosfera sull’ambiente.

Di fronte alla crescente e innegabile gravità della crisi climatica, il digitale è stato spesso presentato come la panacea di tutti i mali. La digitalizzazione di alcuni processi, infatti, comporta una riduzione delle emissioni climalteranti. Si tratta di una verità facilmente intuibile e che è stata confermata da molti studi: per esempio, secondo GeSI (Global e-Sustainability Initiative), la digitalizzazione può ridurre del 20% le emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2015.

Ciò che questi dati tendono a trascurare, però, è che lo stesso settore digitale sta diventando sempre meno sostenibile per il pianeta. Il digitale continua a rappresentare nel nostro immaginario collettivo qualcosa di immateriale. È il suo stesso vocabolario che ce lo ricorda: cloud (nuvola), windows (finestre), virtuale. Tutto sembra essere collegato all’incorporeo. Eppure, il digitale è qualcosa di estremamente concreto. Per permetterci di utilizzare ogni giorno smartphone, internet e social esiste infatti un’enorme infrastruttura digitale sparsa per tutto il globo, formata da 8mila centri di calcolo, 70 milioni di server, un miliardo di modem, 10 milioni di antenne radio, 200 milioni di dispositivi di gestione delle reti locali, 4 miliardi di chilometri di fibra ottica. A questa rete si collegano poi 40 miliardi di dispositivi tra telefoni, computer, televisori e device vari.

L’impronta ambientale della rivoluzione digitale

I ricercatori di GreenIT nello studio “The Environmental Footprint of the Digital World” spiegano che l’infrastruttura digitale impiega fino a 7mila TWh di energia primaria, che corrisponde al 4,2% del consumo globale. Il digitale genera ogni anno fino a 2,2 gigatonnellate di CO2, ovvero il 3,9% delle emissioni di gas serra globali. Il settore utilizza poi 22 milioni di tonnellate di materia prima non rinnovabile e quasi 8 miliardi di metri cubi d’acqua dolce per la produzione dei dispositivi e il raffreddamento dei data center. Numeri destinati ad aumentare con la crescente pervasività del digitale nelle nostre vite. Come spiegano Francesco Cara e Giuseppe Palazzo in Ecologia digitale:

«Nel ciclo di vita complessivo dell’infrastruttura digitale, è la fabbricazione dei dispositivi elettronici che ha l’impatto di gran lunga maggiore in termini di consumo d’energia, materia, acqua ed emissioni, seguita dall’elettricità usata dai terminali, la rete di telecomunicazioni e i centri di calcolo.»

A questo si aggiunge che, oltre alle emissioni di CO2, lo stesso reperimento di alcune materie prime legate al digitale può devastare interi territori. È il caso delle cosiddette terre rare, materiali indispensabili per la produzione dei microchip dei device tecnologici e dell’intelligenza artificiale. Tanto che la studiosa Kate Crawford invita a guardare all’AI come a un’industria estrattiva, poiché basa il proprio funzionamento sullo sfruttamento dell’energia, delle risorse minerarie e dei lavoratori del settore, spesso soggetti a condizioni di lavoro senza tutele. Anche inviare un messaggio o scaricare un video su WhatsApp comporta un’emissione di gas climalteranti, perché fa lavorare server che devono essere raffreddati, e quindi richiede un grande consumo di energia. Inviare una mail da un mega, per esempio, emette circa 19 grammi di CO2, così come guardare un film in streaming di due ore inquina quanto un viaggio in macchina di 45 minuti.

Riconvertire l’informatica in ottica sostenibile

 Questa consapevolezza si sta diffondendo tra le grandi multinazionali. Apple ha dichiarato che renderà tutti i suoi prodotti carbon neutral entro il 2030 e Microsoft vuole riassorbire tutto il gas serra che ha prodotto nella sua storia entro il 2050. Ma non basteranno le scelte di alcune grandi aziende a scongiurare la crisi climatica. Quello a cui dovremmo puntare è un cambiamento profondo nel nostro modo di pensare, agire e produrre. Sappiamo che alcune azioni possono avere un maggior impatto ambientale rispetto ad altre, ma ci manca ancora la consapevolezza che ogni gesto, anche il più piccolo, può avere delle conseguenze sul pianeta, soprattutto quando è ripetuto quotidianamente da miliardi di persone. L’ambientalismo sta in ogni piccola scelta che facciamo, anche in quelle apparentemente più lontane. Solo raggiungendo questa consapevolezza sarà possibile la riconversione dell’informatica e dell’economia digitale, così come di qualsiasi altro settore industriale, in ottica sostenibile.