Le rocce sottomarine potrebbero contenere preziose terre rare e generare ossigeno. Questa scoperta apre nuove prospettive per l’ambiente marino e la sostenibilità della transizione ecologica.
L’affascinante scoperta delle terre rare presenti nelle rocce sottomarine potrebbe trasformare il nostro modo di pensare alle risorse oceaniche come fonti alternative di ossigeno. Recenti studi dimostrano come queste rocce sembrano in grado di catalizzare la scissione delle molecole d’acqua.
Questo potrebbe contribuire all’ossigenazione degli abissi e potrebbe offrire nuove possibilità per le applicazioni industriali e ambientali.
Questa scoperta aggiunge una dimensione inedita alla transizione verso fonti energetiche più pulite.
Rocce sottomarine e terre rare: il potenziale nascosto degli oceani
Le terre rare sono metalli essenziali per numerose tecnologie sostenibili: servono infatti a realizzare le turbine eoliche, le batterie delle auto elettriche e altri componenti fondamentali nella produzione di energia rinnovabile.
L’estrazione tradizionale di queste risorse comporta però costi ambientali e umani significativi. I fondali oceanici, in particolare la zona di Clarion-Clipperton nell’Oceano Pacifico, ospitano un’enorme riserva di noduli polimetallici contenenti terre rare. Questi depositi rocciosi, simili a piccole patate, potrebbero essere una soluzione alternativa e ridurre la pressione sulle risorse terrestri.
Secondo uno studio pubblicato recentemente su Nature, i noduli polimetallici sottomarini potrebbero produrre ossigeno attraverso la catalisi della scissione delle molecole d’acqua.
Questo processo avviene anche in assenza di fotosintesi, grazie a proprietà elettriche peculiari delle rocce che agiscono da catalizzatori naturali. I ricercatori, dopo aver isolato un tratto di fondale, hanno osservato un aumento della concentrazione di ossigeno nell’acqua, segno che questi noduli rocciosi potrebbero costituire una fonte alternativa di ossigeno, con implicazioni per gli ecosistemi marini e per lo sviluppo di nuove tecnologie.
Le implicazioni ambientali dell’estrazione sottomarina
L’International Seabed Authority (ISA) ha il compito di regolare le attività di estrazione nei fondali oceanici, che secondo la Convenzione sul diritto del mare sono «patrimonio comune di tutta l’umanità.»
Tuttavia la regolamentazione di questo tipo di estrazione richiede un bilancio di sostenibilità: un equilibrio cioè tra il beneficio economico e la necessaria protezione dell’ambiente marino. Rimuovere i noduli polimetallici dal fondo dell’oceano potrebbe ridurre la quantità di ossigeno disponibile nelle acque profonde, con possibili ripercussioni sugli organismi che vivono in questi ambienti.
Proprio per questo possibile rischio, l’ISA sta elaborando una normativa specifica per garantire che l’estrazione sottomarina avvenga in modo sicuro. Entro il 2025, l’ISA prevede di completare un regolamento definitivo per la gestione delle concessioni minerarie, mentre le pressioni da parte delle aziende e di alcuni Paesi – in primis Cina e Giappone – aumentano. Paesi come Nauru vedono nel deep-sea mining un’opportunità di crescita, ma molti esperti ritengono che sia necessaria una valutazione rigorosa dei rischi ambientali.
La ricerca di metalli preziosi dalle alghe marine
Oltre alle rocce sottomarine, anche le alghe marine si stanno rivelando utili per l’estrazione di terre rare.
Alcune specie di alghe hanno la capacità di assorbire metalli dal mare in modo naturale, e diverse ricerche stanno studiando come sfruttare questa proprietà per estrarre terre rare e metalli preziosi.
L’agenzia statunitense Arpa-E ha finanziato di recente tre progetti di ricerca dedicati all’estrazione di metalli dalle alghe, con l’obiettivo di esplorare tecniche che permettano di raccogliere risorse importanti in modo sostenibile.
Questi esperimenti, sebbene ancora in fase iniziale, mirano a verificare se le alghe possano accumulare metalli in quantità significative per un utilizzo commerciale. Alcuni studiosi ipotizzano che tali alghe potrebbero essere coltivate in prossimità di giacimenti di terre rare situati sulla terraferma, sfruttando le particelle minerali che finiscono in mare.
Anche se questa tecnica non sembra destinata a rimpiazzare l’estrazione tradizionale, potrebbe risultare utile per recuperare risorse che altrimenti andrebbero perdute, riducendo ulteriormente l’impatto ambientale della produzione mineraria.
Le terre rare e il futuro della sostenibilità
La scoperta del potenziale delle terre rare sottomarine e delle alghe marine rappresenta una tappa importante verso la realizzazione di un sistema energetico globale più sostenibile.
Gli sviluppi nella produzione di ossigeno dai fondali e l’estrazione di metalli da fonti non convenzionali aprono nuove prospettive, che permettono di ridurre l’impatto ambientale della produzione industriale e dei metodi di approvvigionamento tradizionali. Ma queste soluzioni innovative richiedono una rigorosa regolamentazione per garantire che i benefici siano effettivamente sostenibili e che non danneggino irreversibilmente l’ambiente marino.
La transizione energetica sostenibile, che cerca di abbracciare un futuro a basso impatto, rende necessarie tecnologie sempre più avanzate.
Le terre rare, i metalli preziosi, i gas naturali sotterranei sembrano essere indispensabili per la produzione di energia rinnovabile e per lo sviluppo di nuove tecnologie, come le batterie a lunga durata, i pannelli solari e i dispositivi digitali che supportano i servizi di mobilità sostenibile.





