Il Giappone si trova in una delle zone più esposte al rischio sismico al mondo. Una realtà che però i giapponesi hanno imparato a gestire con notevole maestria tra strategie di prevenzione e ingegneria sismica. Scopriamo quali sono i loro segreti e come potrebbero essere applicati anche in altre zone del mondo per prevenire i rischi legati ai sismi, anche in Italia.

Non è raro che nel Paese del Sol Levante si verifichino eventi sismici piuttosto importanti, anzi. Terremoti con magnitudo di 6 o 7 sono comuni, ma in alcune circostanze particolari possono raggiungere magnitudo fino a 9 gradi. Basta pensare a quello che colpì la regione del Tōhoku nel 2011 provocando la morte di quasi 20.000 persone e al successivo devastante maremoto (a causa del quale si sfiorò anche il disastro nucleare alla centrale di Fukushima, alimentando così il sempre presente dibattito sull’utilizzo di questa energia).

L’attività sismica del Giappone non è però sempre legata a delle catastrofi naturali. C’è spazio anche per eventi curiosi come la nascita di Njima, “l’isola che non c’è” apparsa per l’eruzione di un vulcano sottomarino nell’Oceano Pacifico. In ogni caso è evidente perché l’ingegneria sismica nipponica sia così all’avanguardia, con tecniche di costruzione diventate un modello per gli altri paesi.

Sismi e Giappone: le strategie adottate

Ma come fanno i giapponesi a convivere con un’attività sismica tanto elevata? Il segreto nella gestione della convivenza tra sismi e Giappone va ricercato nella prevenzione.  Questo termine si traduce in un’ampia gamma di pratiche che passano dall’educazione della popolazione agli investimenti in tecnologie e metodologie costruttive avanzate. Tutto deve mirare alla massima efficienza e alla totale sicurezza delle persone.

La progettazione infrastrutturale gioca un ruolo fondamentale in questo contesto. Gli edifici, sia moderni che storici, devono aderire a severi standard antisismici. Questi includono la costruzione di strutture flessibili e dal baricentro basso capaci di assorbire e dissipare l’energia sismica. Inoltre, l’implementazione di basi isolate e cuscini antisismici, permettono agli edifici di “muoversi” con il terreno durante un terremoto, riduce ulteriormente il rischio di crolli. Il materiale usato è un altro tassello fondamentale, preferendo soprattutto il cemento armato e l’acciaio.

A tutto ciò si aggiungono innovazioni ingegneristiche come i vetri rinforzati e i rinforzi in fibra di carbonio. Un esempio di come la tecnologia possa contribuire a salvaguardare le strutture – moderne e antiche – dall’impatto dei terremoti. I giapponesi sono ben noti per la loro tecnologia all’avanguardia (proprio qui ci sono i treni più veloci del mondo), ma perché non andare a scoprirlo di persona? Basta prenotare comodamente via app un volo per Tokyo, una delle principali smart cities al mondo, e iniziare ad esplorare.

Ma come mai così tanti terremoti?

La ragione principale della frequente attività sismica in Giappone risiede nella sua posizione geografica unica. L’arcipelago giapponese si trova proprio nel punto dove si incrociano diverse placche tettoniche: la placca pacifica, quella eurasiatica, ma anche la placca delle Filippine e quella nord-americana. In particolare, il fenomeno geologico della subduzione, con la placca pacifica che si inabissa sotto le altre, è il motore principale che genera l’alta frequenza e intensità dei terremoti in questa regione. Proprio per questo terremoti di 6-7 gradi sulla scala Richter sono così comuni.

Attività sismica in Italia

Anche l’Italia presente diverse zone sismiche, concentrate soprattutto nel territorio prealpino a Nordest (Friuli Venezia-Giulia e Veneto) e sulla fascia dell’Appenino Centrale (Abruzzo, Umbria, Molise ad esempio). Le strategie adottate dai giapponesi potrebbero aiutare anche nella protezione del patrimonio storico e artistico italiano. Un esempio positivo è Borgo di Colletta, che unisce la tecnologia alla conservazione artistica culturale. Sono però tanti altri i paesi e le città che ancora oggi attendono di essere ricostruite e tutelate.