Ogni nuova tecnologia porta con sé un bagaglio di sfide che ne determinano il successo o il fallimento. Per quanto riguarda le smart cities, questi ostacoli hanno a che fare non solo con l’implementazione della tecnologia quanto soprattutto con la capacità di mantenere al centro il benessere dei cittadini – con i loro bisogni, le loro capacità finanziarie e il loro ambiente culturale.
A metà degli anni Sessanta, all’interno dell’American Society of Cybernetics (una società che si occupava dello studio della cibernetica, disciplina antenata dell’intelligenza artificiale), alcuni scienziati guardando alla direzione presa dal progresso tecnologico si resero conto che esso non può considerarsi tale se non mette al centro l’essere umano, con tutti i suoi scopi e bisogni. L’obiettivo che si ponevano per la prima volta, infatti, era quello di valorizzare il capitale umano attraverso le tecnologia, vedendo macchine e computer come un prolungamento e potenziamento delle nostre facoltà e della nostra intelligenza, quindi come uno strumento alleato con cui imparare a lavorare insieme.
Ogni nuova tecnologia porta con sé un bagaglio di sfide che ne determinano il successo o il fallimento, e nonostante gli enormi progressi fatti negli ultimi anni non possiamo ancora dire di avere a disposizione sistemi tecnologici e informatici in grado di valorizzare a pieno le attività e gli scopi umani. Un esempio lampante è quello delle smart cities, che stanno trovando diversi ostacoli al loro sviluppo proprio per la mancata capacità di mantenere al centro il benessere dei cittadini. Sono numerosi, infatti, i casi in cui progetti che dovevano segnare una svolta – come Songdo (nella foto), in Corea del Sud, Masdar City, negli Emirati Arabi, e PlanIT Valley, in Portogallo – si sono, invece, rivelati una delusione, perché pur essendo altamente tecnologici non sapevano rispondere ai criteri che le persone utilizzano per valutare il proprio benessere e la propria felicità.
Vivere in una smart city
Ridurre il fulcro del concetto di città smart all’efficienza della tecnologia che integra è un’idea non del tutto a fuoco, che tradisce indirettamente il raggiungimento dell’intenzione principale alla base di questa forma di abitare: aumentare la qualità della vita delle persone che le abitano.
Le cause all’origine del fallimento di molte neonate smart cities sono, infatti, legate a fattori in base ai quali le persone valutano la propria qualità della vita, come i costi eccessivamente alti, la bassa attrattiva culturale e una programmazione tecnologica non sufficientemente personalizzata. Per ovviare al problema, le smart cities dovrebbero quindi essere pensate già in fase di progetto come capaci di adattarsi a chi vi abita, e di assecondare interventi che contribuiscono a coltivare la felicità e l’appagamento individuale.
Dal punto di vista dei costi, per esempio, occorrerebbe prevedere in fase di pianificazione una serie di politiche abitative che favoriscano l’inclusione sociale – tramite agevolazioni per le fasce di reddito più basse, una precisa regolamentazione del mercato immobiliare e un lavoro a tappeto sulle inevitabili discontinuità territoriali a livello di avanzamento digitale –, per evitare di rendere queste città delle mere esperienze di lusso o dei macro quartieri altamente tecnologici abitati da soli ricchi.
Allo stesso modo, servirebbe dare la giusta attenzione all’offerta culturale e alle occupazioni a cui i cittadini si dedicano per piacere personale o divertimento, a prescindere dalla tecnologizzazione di altri settori e servizi. Essendo stato dimostrato da più parti quanto la cultura incida positivamente sulla salute e sul benessere, la pianificazione di città smart non può infatti esentarsi dal prevedere qualche forma di welfare culturale, dato che la nostra felicità dipende fortemente dalla possibilità ritagliarci degli spazi da dedicare a noi stessi e a ciò che ci fa stare bene.
Il vero progresso mette l’essere umano al centro
Il modo in cui le smart cities potrebbero rivoluzionare la vita in città convalida l’idea tutt’altro che scontata per cui la qualità della nostra vita, così come il benessere collettivo, sono fortemente determinati dal luogo in cui ci muoviamo.
Allo stato attuale, però, ci troviamo ancora divisi tra la teoria secondo cui le tecnologie digitali possono migliorare la vita delle persone, e dei risultati pratici che spesso tradiscono le premesse, mostrando i gravi rischi di disparità e disuguaglianza sociale, quelli legati all’inaridimento culturale, e tutte le problematiche a cui si andrebbe incontro se la progettazione degli ambienti smart dimenticasse il suo centro: il benessere e la felicità delle persone.
Tenere presente che una città smart, per essere più vivibile, non deve soltanto disporre di una sofisticata dotazione tecnologica, ma soprattutto risultare adatta a rispondere alle richieste e ai desideri dei suoi cittadini, è dunque fondamentale. Ci troviamo infatti in un momento storico in cui le tecnologie di cui disponiamo potrebbero davvero renderci l’unità di misura dello spazio in cui viviamo. Per farlo, però, dobbiamo ricordare che è la tecnologia a doversi adattare a noi, e non il contrario. Nessun traguardo nel progresso tecnologico deve infatti farci perdere di vista quello che è il fine ultimo sul piano sociale, ovvero una reale democratizzazione del benessere, a cui ogni innovazione dovrebbe essere orientata.








