Valsamoggia è un comune unico nella visione di transizione ecologica perché ospita molte innovazioni che oggi contraddistinguono le cosiddette città sostenibili. Ma lo è soprattutto perché è stato il primo a realizzarle, partendo da una logica di metodo rivoluzionaria. Il reportage di Moveo in uno dei laboratori urbani più innovativi in Italia

La distanza tra sognare, divenire ed essere inizia con la volontà e si supera grazie all’incontro casuale di circostanze inedite. Quando un luogo si trasforma tanto da cambiare il modo in cui i cittadini vivono insieme, oggi si è davanti ad un “cigno nero“: quello che in finanza è definito come un evento inedito e inatteso tanto da mettere in crisi il modo in cui una persona legge la realtà. E il comune emiliano di Valsamoggia rappresenta un cigno nero di proporzioni europee, oltre che nazionali. Oggi è il primo esempio italiano di Transition town: e lo è da quasi vent’anni.

Immagine dall’alto di una parte dell’area comunale di Valsamoggia

Cos’è una transition town

Tutto nasce in Regno Unito: il movimento della Transizione, noto anche come movimento delle Transition Towns o Transition Network, prende forma in Inghilterra nel 2006 nella città di Totnes, dalle idee di Rob Hopkins. Autore britannico impegnato su molti temi di rilevanza sociale, ha innescato una riflessione che dopo meno di vent’anni conta circa duemila transition towns in trenta paesi del mondo. Al momento, si spazia da esperimenti in luoghi davvero incomparabili: dalle favelas brasiliane ai quartieri metropolitani delle grandi città europee. Il movimento collabora con le istituzioni locali, le organizzazioni di rilevanza sociale, università, centri di ricerca e imprese del territorio: l’obiettivo è creare le condizioni perché una comunità locale possa attivarsi per rispondere alle crisi in corso, riorganizzando la propria struttura relazionale ed economica. Come spiega Cristiano Bottone, facilitatore e divulgatore di Transition Italia, raggiunto da Moveo proprio in Valsamoggia: luogo di cui Bottone è stato uno dei deus ex machina di un cambiamento che ormai si può dire consolidato nell’accompagnare un comune verso la transizione ecologica. “Dal momento in cui quasi mezzo secolo fa emerge più vigorosa la coscienza ecologica e si comincia a ragionare sull’impatto che ‘la crescita’ produce sull’ecosistema, che si fanno tentativi per cambiare strada. Nulla è però riuscito fino a ora a convincerci che un pensiero di lungo respiro potrebbe essere migliore di un rapido e immediato accaparramento di risorse basato sul ‘qui e subito'”. Così Bottone e altri intraprendenti professionisti, impegnati in specializzazioni e carriere totalmente diverse, cercano nuove soluzioni ai problemi di resilienza delle comunità, a partire da quella dei comuni che dieci anni dopo diventeranno un paese unico chiamato Valsamoggia. “Nel 2005 avevo un’agenzia pubblicitaria, lavoravo molto con il sistema alimentare e in quello bancario e mi capitava di passare molto tempo nelle stanze dei bottoni. Avevo appena avuto un figlio e in quei frangenti mi resi conto che ci fossero cose prioritarie di cui occuparmi nella vita: ho scoperto così per caso questa proposta delle transition towns in UK. Mi aveva dato l’impressione che fosse qualcosa di diverso da tutto quello che avevo visto fino a quel tempo: pensavo fosse qualcosa di strutturato, e invece erano solo alcuni volenterosi che si erano posti questa semplice domanda: ‘Dagli anni Settanta cerchiamo di aggiustare i problemi dello sviluppo: perché finora non ci siamo riusciti? Loro rispondevano: ‘Beh, cominciamo noi a fare delle cose‘. E questa idea ebbe un grandissimo successo in Regno Unito. Introdussero il pensiero sistemico, la facilitazione, e poi pratiche molto concrete come la permacoltura”. Transition Italia nasce nel 2008 per facilitare la diffusione di questo processo collettivo sul territorio italiano. Come recita il sito dell’associazione, il suo compito è informare, ispirare, incoraggiare, supportare e formare coloro che intendono considerare, adottare, adattare e implementare il modello della Transizione all’interno della propria comunità avviando una Iniziativa di Transizione locale”. Al momento si possono contare circa una trentina di comunità attive nate dal movimento delle transition towns.

Mappa di Transition Italia sulle comunità attive nel nostro Paese

Riprende Bottone: “Circa 15 anni fa abbiamo così creato un hub nazionale e avevamo 4 posti in ballo per cominciare una sperimentazione. Tra questi, quelli che sembravano più maturi erano Monteveglio e L’Aquila. Solo che nel 2009 a L’Aquila ci fu il terremoto tremendo che ricordiamo. Così abbiamo cominciato da qui, a Monteveglio prima e a Valsamoggia poi, dove c’era una giunta pronta ad ascoltarci”.

Valsamoggia: la prima scuola di transizione

Viaggiando lungo l’A1, superata Modena e poco prima di Bologna, appare il casello di Valsamoggia. Comune nato nel 2014 dalla fusione di 5 borghi diversi, ha un ingresso autostradale dedicato (si dice grazie anche al forte interesse di multinazionali operanti in zona), ma non è questo il suo aspetto più peculiare. Valsamoggia come detto è la prima transition town italiana e la traccia più chiara di questa nuova identità sta nella scuola primaria “Alessandra Venturi” di Monteveglio.

La scuola Alessandra Venturi di Monteveglio – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

“Perché qui si è fatta una scuola così e da tutte le altre parti no? Gli amministratori hanno buttato via un loro progetto, già approvato, per farne uno totalmente nuovo: questo non succede mai”, spiega Cristiano Bottone

I bimbi gridano nell’atrio della scuola di Monteglio, mentre il sole splende sulla struttura scolastica. E’ un istituto speciale, il primo del suo genere mai realizzato in Italia: obiettivo renderlo il più possibile a impatto zero. Per raccontare i dettagli di come è andata la realizzazione di questa scuola, Moveo ha incontrato alla Venturi l’attuale sindaco di Valsamoggia (ai tempi, ovvero prima della fusione dei comuni, solo di Monteveglio) Daniele Ruscigno: “Abbiamo pensato che non potevamo costruire nel 2009 una scuola come se fossimo ancora negli anni Settanta”. Grazie all’ausilio dei facilitatori di Transition Italy la giunta di Monteveglio elaborò il progetto di una scuola totalmente innovativa nell’ottica di sostenibilità ambientale e sociale. “Abbiamo dimostrato che potevamo fare questa scuola a costi ordinari, nonostante avessimo ricevuto critiche di ogni tipo su questo progetto”. La giunta con gli esperti di Transition Italy riuscì a realizzare un edificio sostenibile certificato Climahouse, ovvero un documento che attesta in modo assoluto le caratteristiche energetiche, la sostenibilità e la qualità di un edificio. Come spiega il sindaco: “Per Climahouse è stata la prima certificazione CasaClima dell’edificio di una scuola e in generale di un edificio così imponente. L’abbiamo chiamata la ‘scuola senza il tubo del gas’, totalmente autosufficiente, totalmente elettrica, che adesso come modello va per la maggiore ma ai tempi non era così”.

La certificazione CasaClima per la scuola Alessandra Venturi di Monteveglio – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Nello specifico, la scuola di Monteveglio ha un involucro complessivo che è qualcosa di più di un cappotto termico: la circolazione di aria e calore dall’interno all’esterno è completamente regolata. “Abbiamo installato i pannelli solari sul tetto e tutto il sistema tecnologico di raffreddamento e riscaldamento è stato orientato a realizzare una scuola a saldo zero di consumi: una scuola elettricamente neutra. Abbiamo quindi un affaccio vetrato dalle aule verso tutti i giardini per portare i ragazzi anche a fruire di una didattica diversa e legata alla relazione con la natura”.

L’esterno della scuola Alessandra Venturi di Monteveglio – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Ci sono impianti a pompa di calore, riscaldamento a pannelli radianti e la regolazione della luce impostata sull’illuminazione solare. Il tutto è governato dalla domotica. “Dobbiamo ricordare che 15 anni fa applicare tutte queste soluzioni in una scuola pubblica di un paesino della seconda cinta urbana di Bologna era impensabile”. E oggi è una realtà che comincia a ripagare gli investimenti fatti: la crisi energetica infatti ha messo in luce l’intelligenza delle scelte di risparmio energetico che ai tempi furono fatte per l’edificio.

Vista dall’alto della scuola Alessandra Venturi di Monteveglio

“E’ stata la prima volta al mondo che un’amministrazione pubblica ha fatto un accordo con un gruppo di cittadini per modificare in modo radicale un’opera pubblica – precisa Bottone – Questa delibera su una piccola scuola ha fatto il giro del mondo 3 volte, perché fu firmata nel 2009: un momento in cui avevamo appena cominciato a parlare di crisi energetica e crisi climatica. Queste soluzioni applicate erano fuori dai radar persino negli ambienti specialistici e in particolare in Italia. Il fatto che ci fosse qualcuno di una giunta che operativamente abbia messo in pratica certe idee è stato il punto di svolta per quello che è successo dopo”.

Le altre iniziative della transition town in Valsamoggia

Da questa prima scuola la collaborazione tra i facilitatori di Transition Italy e le amministrazioni comunali si è sviluppata ulteriormente. “L’attivismo non era più contro ma a fianco della gestione pubblica: non avevamo più alibi, non potevamo star fuori e lamentarci dei politici perché loro ci stavano ascoltando. E i politici avevano un gruppo di supporto operativo che presentava soluzioni tecniche e pratiche. Siamo andati così oltre e ci siamo chiesti cosa può fare, ad esempio, davvero un comune?”. Tutto partiva dalla presentazione dei dati che erano presentati in modo efficace e raccontavano una mondo diverso. La metodologia delle città di transizione si basa infatti sul passaggio testa-cuore-mani. Prima si raccolgono i dati e si analizzano in modo asettico, cercando di eliminare posizioni iniziali e opinioni precostituite. Quindi si analizza l’impatto emotivo delle scelte pubbliche e come queste si riflettono sulla comunità: un aspetto davvero rilevante che forse spiega come oggi molte opere pubbliche legate alla sostenibilità non sempre siano comprese, e quindi accettate, dalla cittadinanza. Infine, le mani: ovvero le soluzioni tecniche e di fattibilità reale che servono concretamente a risolvere questioni di resilienza ambientale e sociale. Su queste soluzioni ancora oggi sono svolti molti corsi formativi e questi attraggono l’interesse di altri amministratori locali. A tal proposito, il comune di Valsamoggia ha messo a disposizione di Transition Italy gli spazi per creare uno spazio formativo e un fab-lab per mettere assieme le competenze e le idee del territorio.

Lo spazio formativo del Comune di Valsamoggia – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

 

Il fab-lab del Comune di Valsamoggia – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

“Quando arrivammo in giunta 15 anni fa noi eravamo in procinto di candidarci con una squadra molto giovane e di rinnovamento, e abbiamo deciso di aderire a questa filosofia delle transition town: l’abbiamo presentata nel mandato elettorale. Molti in campagna elettorale ci avevano accusato di voler portare il paese all’età della pietra. E’ stata una battaglia che all’inizio neanche ci aspettavamo, ma nel corso del tempo la stessa cittadinanza ha apprezzato queste innovazioni”, precisa il sindaco Ruscigno

Così, dopo la scuola di Monteveglio tutto è stato più semplice, perché è diventata un esempio per le altre opere pubbliche: “Da quel momento tutte le altre opere nella Valsamoggia sono state impostate secondo questa logica e metodologia. Dopo questa scuola ne abbiamo fatte altre due, molto simili a questa, e tutte le altre opere pubbliche. Abbiamo portato quest’esperienza sul nuovo Polo dinamico di Bologna che diventerà la scuola più grande della regione e sarà inaugurata il prossimo settembre. Tutta in bioedilizia e disposta su 3 piani, e con altre caratteristiche della prima scuola a Valsamoggia. Oltre alle scuole, abbiamo realizzato secondo queste impostazioni l’ampliamento di tre asili nido. E quindi siamo intervenuti sulle strutture esistenti, trasformando ad esempio il riscaldamento tradizionale in elettrico, così come applicando soluzioni di efficientamento energetico e introducendo spazi verdi”. L’amministrazione di Valsamoggia, ad esempio, ha portato tutta l’illuminazione pubblica a LED, e adesso punta a soluzioni su mobilità e sull’ottimizzazione di edifici privati e commerciali. Sicuramente aiuta la presenza in un territorio come quello emiliano dove anche le aziende private sono molto sensibili alle sfide della sostenibilità. Ma i facilitatori delle transition town ci hanno messo molto del loro. In 15 anni di attività sono state sviluppate molte soluzioni pratiche ai problemi concreti di transizione ecologica di un comune: è stato possibile grazie al cambio di mentalità che ha investito l’amministrazione, frutto della contaminazione culturale fatta con la cittadinanza dai facilitatori delle transition towns. Sono tanti gli esempi di soluzioni reali create a Valsamoggia, ad esempio applicazioni low-cost per il recupero dell’acqua piovana: questa di seguito è un prototipo assolutamente nuovo che si sta testando per l’impiego negli orti urbani.

Il sistema di recupero dell’acqua piovana per gli orti pubblici del Comune di Valsamoggia – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Gli orti urbani sono appezzamenti di terreno messi a disposizione del comune, che oggi sono soprattutto di supporto per le famiglie bisognose: un altro esempio (oltre il risparmio energetico nelle sue diverse forme) di come transizione significhi anche interesse verso i bisogni economici di una comunità.

Orti pubblici nel Comune di Valsamoggia – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

I facilitatori di Transition Italy hanno creato un prototipo di recupero di acqua piovana che può essere applicata anche ai condomini. Sul canale ValsaTv un loro tutorial spiega quanto costa (poco) e come montarlo su qualsiasi grondaia.

Il sistema di recupero dell’acqua piovana pensato per condomini – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Anche le case degli insetti che servono ad arricchire la biodiversità locale rientrano nella logica di favorire la biodiversità locale. Non sono un’invenzione dei transitioner, ma uno strumento utile per ripopolare di insetti un luogo specifico: ne sono state realizzate di tipologie diverse nel territorio di Valsamoggia.

Una casa degli insetti nel Comune di Valsamoggia – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Valsamoggia: democrazia deliberativa per un cambiamento “glocal”

Alla base dell’innovazione delle transition towns ci sono forme nuove di deliberazione delle decisioni, che superano alcune impasse dei metodi di decisione ordinari basati sulla democrazia rappresentativa. Si parla in particolare di democrazia deliberativa e sociocrazia 3.0. La prima significa decidere attraverso campioni di cittadini estratti ma scelti secondo criteri di reale rappresentativa socio-demografica: come fossero una commissione, prescindendo da indicazioni di appartenenza politica, deliberano su un argomento una volta informati sui fatti e sulle proposte in campo. Il secondo fu codificato da Gerard Endenburg, negli Anni ’70 in Olanda, per permettere nell’azienda di sua proprietà ai suoi dipendenti una maggiore influenza nell’ambito gestionale. Oggi consiste nel dare lo stesso peso a tutti i punti di vista e facilitare l’efficienza nella collaborazione in ambienti di lavoro e nei gruppi intenzionali: è un approccio del pensiero sistemico usato per la progettazione e per la governance che prevede il coinvolgimento di tutti allo stesso modo nel processo decisionale. “Nella sociocrazia, ogni voce è ascoltata, nessuno è ignorato“, dice Pierre Houben, facilitatore di Transition Italia. Spiega ancora Bottone: “A Monteveglio nel 2009 si era creato uno spazio dove la posizione politica, il contrasto degli interessi, stavano fuori dalla stanza decisionale. Era il sense-making che governava le azioni di amministratori e facilitatori: ci concentravamo sul cosa fare. Ci concentravamo con questi strumenti sulla logica di processo: come si arriva a prendere una decisione. Ecco perché usavamo queste tecniche di facilitazione innovative”. Ai tempi si partì in Valsamoggia da una risposta ad una domanda generale: come faccio a decarbonizzare il consumo elettrico in un paese? Nel paese scelsero di iniziare acquistando energia solo da chi ha un mix 100% rinnovabile. “Cosa che poi è diventata norma regionale per enti pubblici: quindi da un piccolo esempio locale si scalano i vari livelli. Oggi la Citta metropolitana e la Regione Emilia Romagna hanno stimato che questo semplice passaggio delle amministrazioni pubbliche ad un approvvigionamento green ha segnato un risparmio di 800mila tonnellate Co2. eq. di emissioni a livello regionale. Partiamo quindi da una situazione locale per espandere la visione. Il numero di fornitori sta crescendo grazie alla domanda che si ampia e quindi c’è una reazione a catena: la cosa più importante è il cambiamento culturale. E’ una forma “glocale” perché parte da esigenze specifiche per sviluppare soluzioni utili a qualsiasi tipo di zona o livello decisionale successivo”.

Uno dei primi impianti fotovoltaici realizzato nella zona di Valsamoggia quasi 15 anni fa – Credits: Andrea Ranzi per Moveo

Infine, le Transition town italiane si sono dotate un kit d’intervento che comincia a codificare delle pratiche di transizione applicabili e specifiche. “Attualmente è denominato ‘Local Transformation Toolkit‘ ed è stato sperimentato attraverso un progetto di 4 anni chiamato ‘Municipalities in Transition’ che ha visto applicazioni pilota in Italia (Valsamoggia, Roma V Municipio, Santorso), Spagna, Ungheria, Portogallo e Brasile. Si tratta di dotare la comunità di tutto ciò che serve a formare un centro permanente di sviluppo, coordinamento e valutazione delle attività di transizione che possa operare e prendere decisioni al di fuori dei normali processi di competizione politica e pressione di mercato, focalizzandosi completamente sul senso delle azioni da intraprendere. Ciò che è nuovo è la dotazione di strumenti di processo forniti a questo centro di coordinamento, come ad esempio una governance basata sulla sociocrazia 3.0 che permette di arrivare a decisioni che non è possibile raggiungere in una logica di “tradizionale” competizione tra maggioranza e minoranza. I prossimi anni ci diranno se e quanto potrà fare la differenza”, conclude Cristiano Bottone. D’altro canto, lasciando i colli bolognesi patria del Pignoletto e della sana voglia di fare che in Emilia spesso si traduce in pratica di vita, la sensazione è che l’esempio della Valsamoggia sia già di per sé un benchmark attuabile. Tutto dipende dalla volontà: non solo delle amministrazioni pubbliche, ma soprattutto dei cittadini che quelle amministrazioni le votano e le compongono. Voglia di interessarsi della cosa pubblica, per andare oltre gli steccati dei propri interessi personali: ecco l’elemento della transizione ecologica che davvero poggia sui singoli individui.