Scopriamo alcune delle tribù indigene più remote o meno conosciute del mondo. Un viaggio dalle giungle alle isole tropicali, alla scoperta di culture tradizionali.

Si trovano nei recessi più nascosti e inesplorati del nostro pianeta, dalle fitte giungle della Papua Nuova Guinea ai vasti e inaccessibili territori dell’Africa, arrivando fino alle estese steppe della Siberia. Queste piccole comunità mantengono tradizioni, pratiche e modi di vita che sembrano appartenere a un’era passata.

Ai confini del mondo: alla scoperta di tribù indigene dimenticate

Ci sono tribù indigene che vivono nel cuore di paesaggi incontaminati, lontano dal clamore della civiltà moderna. Tra di esse sopravvivono culture che rappresentano la testimonianza vivente della diversità umana. La loro esistenza, affascinante e allo stesso tempo fragile, ci offre una finestra su modi di vivere che sfidano il tempo e l’omologazione globale. Raggiungerle significa fare un viaggio coinvolgente tra genti che vivono in totale armonia con la natura. Un’occasione imperdibile per scoprire itinerari selvaggi e antiche tradizioni.

Prima di prenotare un volo per luoghi remoti, andiamo a scoprire 5 di queste tribù indigene così poco conosciute.

Dogon, Africa Occidentale: una tribù di astronomi

In Mali, in Africa Occidentale, i Dogon sono una tribù indigena di 400.000 membri che prospera grazie al turismo e alla vendita di fertilizzanti naturali. Questi fertilizzanti sono per lo più guano, che i Dogon raccolgono scalando l’alta Falesia di Bandiagara usando corde di corteccia di baobab. In cima a questa falesia, trovano anche manufatti antichi che poi rivendono.

La società dei Dogon è organizzata in base a un sistema di parentela patrilineare, e pur avendo adottato in parte l’Islam e il Cristianesimo, la tribù è profondamente radicata nella religione animista. Mantengono infatti un ricco patrimonio mitologico e cosmologico, con credenze che includono i Nommo, esseri spirituali acquatici, e un dettagliato sistema di conoscenze astronomiche, in particolare riguardo la stella Sirio. Pur non avendo strumentazioni di alcun tipo, infatti, i Dogon sanno che Sirio è sistema composto da 3 stelle. Un’informazione a cui il mondo occidentale è giunto solo di recente.

I Dogon sono rinomati per la loro arte, che include sculture che spesso rimangono nascoste al pubblico e che ruotano attorno a valori religiosi. La loro cultura è caratterizzata da una forte enfasi sulla vita comunitaria e sull’agricoltura, con celebrazioni e cerimonie che includono la “danza delle maschere“, elementi centrali del loro tessuto sociale e spirituale​.

Recenti disordini e scarsi raccolti stanno mettendo a dura prova la loro sopravvivenza.

Chimbu, Papua Nuova Guinea, e gli scheletri viventi

Vivendo in valli montane, nella Provincia di Chimbu, in Papua Nuova Guinea, la tribù dei Chimbu è stata in grado di mantenere intatte fino a oggi le proprie tradizioni, pur aprendosi lentamente al turismo.

Ciò che li rende particolari è la cosiddetta”danza dello scheletro” per la quale gli uomini si dipingono il corpo di nero, con dettagli bianchi a imitazione delle ossa, creando un effetto visivo spettacolare che li fa apparire come dei veri e propri scheletri viventi. L’origine di questa usanza risale ai tempi in cui l’area in cui abitano era contesa da altre tribù e gli scontri erano frequenti. In un tale contesto, intimorire il nemico diventava fondamentale. E cosa c’è di più spaventoso di vedere uno scheletro camminare nella foresta tropicale, uno dei polmoni verdi del pianeta?

I Chibu vivono in abitazioni tradizionali disperse e non raggruppate in villaggi. Queste case sono caratterizzate da pavimenti in terra battuta, tetti bassi di paglia e pareti intrecciate con canne appiattite. Gli uomini vivono in grandi case comuni per scopi difensivi, mentre donne e bambini risiedono separatamente​.

La loro storia è segnata dall’isolamento fino al primo contatto con il mondo occidentale nel 1934. Nonostante l’introduzione di colture come il caffè e il controllo amministrativo australiano nel dopoguerra, i Chimbu hanno mantenuto uno stile di vita tradizionale, con l’allevamento di maiali e l’agricoltura come attività principali​.

Nenets, Siberia: i pastori nomadi

In Siberia, uno dei luoghi della terra dove ammirare l’aurora boreale, vivono i Nenets, una popolazione di circa 10.000 persone.

Si tratta di una tribù dallo stile di vita nomade, che conduce immense greggi di renne attraverso un territorio vasto e ostile, quello della Penisola di Yamal, affrontando temperature che possono scendere fino a -50 gradi Celsius.

La loro storia di contatto con i commercianti russi di pellicce risale almeno all’XI secolo, ma è stato solo dopo la scoperta del petrolio negli anni ’70 che hanno iniziato ad aprirsi al mondo esterno. Tradizionalmente cacciatori e raccoglitori, la transizione dei Nenets all’allevamento nomade di renne è stata spinta sia dalla necessità di evadere le imposizioni coloniali russe sia da cambiamenti climatici che hanno reso la caccia insostenibile​​​​​​. Seguono antiche rotte migratorie stagionali, spostandosi fino a 1.000 km tra le foreste del sud e la tundra artica del nord, in un ciclo di vita che si intreccia strettamente con quello delle renne, che forniscono loro cibo, vestiario e mezzi di trasporto​​.

L’esistenza dei Nenets è sotto minaccia a causa dell’aumento delle temperature e dell’estrazione di risorse: la fusione del permafrost e l’avanzamento dell’infrastruttura legata all’estrazione di gas e petrolio mettono a rischio le tradizionali rotte migratorie e la qualità dei pascoli. Nonostante ciò, i Nenets hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, integrando con successo le tecnologie moderne, come le motoslitte, senza perdere la propria identità culturale.

Sentinelesi, Isole Adamane: la più estrema delle tribù indigene

Nell’Oceano Indiano, tra le remote Isole Adamane, vive una delle tribù indigene più remote e meno conosciute al mondo: i Sentinelesi.

Il loro nome deriva dalla piccola isola su cui abitano, North Sentinel, grande quanto Manhattan.

Di questa tribù sappiamo ben poco. Un po’ per la loro posizione remota. Un po’ perché rifiutano categoricamente il contatto con l’esterno: chiunque si avventuri sull’isola non torna indietro.
Proprio a causa dei loro attacchi, le poche testimonianze e informazioni che abbiamo derivano da osservazioni da lontano, da barche attraccate a distanza di sicurezza o da elicotteri che sorvolano l’isola (a cui i Sentinelesi non risparmiano il lancio di frecce).

Sappiamo che i Sentinelesi vivono di raccolta, caccia e pesca, e che costruiscono navi adatte ad acque poco profonde. Probabilmente ne esistono tre gruppi che vivono sia in capanne comunitarie che piccoli rifugi singoli. Sono soliti ornarsi con cordicelle e gli uomini portano con sé lance, archi e frecce.

Tra gli anni ’70 e ’80 la autorità indiane hanno tentato più volte di entrare in contatto con i Sentinelesi, con risultati altalenanti ma mai soddisfacenti. E, tutto sommato, va bene così. Vivendo in completo isolamento, infatti, i membri di questa tribù non hanno un sistema immunitario adatto ad affrontare malattie per noi comuni che, se giungessero sull’isola, potrebbe dunque avere conseguenze devastanti.

Yanomami, Amazonia,

Pur rappresentando una delle tribù indigene più numerose del Sud America, gli Yanomami vivono ancora in un relativo isolamento tra le fitte foreste pluviali e le montagne al confine tra Brasile e Venezuela.

Attualmente sono circa 38.000 individui, ma un tempo, prima degli anni ’40, erano molti di più. Quella fu, infatti, l’epoca in cui vennero per la prima volta in contatto con missionari e rappresentanti delle autorità, e con le prime epidemie che ne falcidiarono la popolazione.

Gli Yanomami vivono in grandi case comuni chiamate yano, capaci di ospitare fino a 400 persone. Gli yano hanno una forma ad anello, con al centro uno spazio scoperto dove si svolgono danze e cerimonie. Intorno a questo spiazzo c’è la struttura coperta che ospita le diverse famiglie, ognuna con il proprio focolare.

Donne e uomini hanno compiti diversi. Le prime si occupano di agricoltura e raccolta, i secondi della caccia. Entrambi pescano. Una delle loro particolarità più interessanti è la vasta conoscenza del mondo delle piante: ne usano diverse centinaia sia come cibo, ma anche come medicina o come materia prima per le abitazioni e gli arnesi.

Sfortunatamente, la loro cultura è minacciata dalla deforestazione (soprattutto per fare spazio all’allevamento) e dai cercatori d’oro illegali che portano malattie, inquinamento del suolo e delle acque.