Grazie al Mose, nella laguna di Venezia sta nascendo una “nuova” isola. Si tratta di una lingua di sabbia lunga che al momento è lunga 260 metri e che periodicamente appariva a largo della città.
Venezia non smette di stupire. Mentre la città affronta da secoli la sfida delle acque alte, un evento inaspettato ha riportato l’attenzione sulla fragilità e la straordinaria vitalità della laguna.
Grazie al Mose, l’imponente sistema di barriere mobili progettato per proteggere Venezia dalle maree, si è assistito alla “rinascita” di una storica lingua di sabbia, il Bacàn.
Situato tra l’isola di Sant’Erasmo e la Bocca di Porto del Lido, questo affioramento segue il ritmo delle maree, offrendo ai veneziani una spiaggia nascosta e selvaggia.
Ora, proprio grazie al Mose, quest’isola sembra destinata a restare. Ecco perché.
A Venezia nasce una nuova isola grazie al Mose
Il Mose, progettato per fermare le maree alte oltre i 110 centimetri e regolare le correnti nella laguna, ha avuto un effetto inatteso: la formazione stabile di una nuova isola al largo di Venezia.
Come spiega Giovanni Cecconi, ingegnere idraulico e fondatore di Wigwam Venezia, la chiusura delle barriere mobili ha contribuito a trasformare una barena (un banco di sabbia e fango che emerge solo con la bassa marea) in un’isola vera e propria.
Le immagini satellitari degli ultimi vent’anni confermano l’evoluzione di questo affioramento in una presenza fissa della laguna.
Bacàn: da lingua di sabbia a isola
Il Bacàn, una stretta striscia di terra tra l’isola di Sant’Erasmo e la Bocca di Porto del Lido, è sempre stato uno “scanno” – un deposito sabbioso con fondale basso e vegetazione subacquea. Per anni, la sua presenza era stagionale: affiorava d’estate, ma veniva spazzato via in inverno da mareggiate e venti.
Oggi, grazie anche alla protezione offerta dal Mose, si è trasformato in un’isola stabile, lunga circa 260 metri e larga 10 metri. La riduzione del moto ondoso ha permesso alla terra di consolidarsi, arrivando ad ospitare una sua vegetazione spontanea e trasformandosi in un ecosistema unico.
In un contesto in cui le barene veneziane si sono ridotte del 70% nell’ultimo secolo, questa novità è un segnale positivo per la biodiversità lagunare.
Il futuro del Bacàn e delle isole della laguna
In un’intervista al Corriere della Sera, l’ingegnere Giovanni Cecconi ha attribuito al sistema di barriere mobili il merito di aver ridotto l’impatto delle mareggiate e favorito l’accumulo di sedimenti, trasformando così questa striscia di terra in un’isola stabile. Le immagini satellitari analizzate dal 2020 confermerebbero questa ipotesi.
Non tutti, però, condividono questa visione. Andrea D’Alpaos, professore di Idrologia all’Università di Padova, ha espresso perplessità, sostenendo che il Mose non favorisca la crescita delle barene. A suo avviso, è la configurazione idrodinamica locale a essere cambiata, favorendo il deposito di sedimenti nel Bacàn, senza però rappresentare un beneficio per altre zone della laguna.
Un approccio intermedio è quello di Pierpaolo Campostrini, direttore del Corila, che ha sottolineato l’importanza di studiare meglio le dinamiche lagunari, auspicando la creazione di un osservatorio scientifico. Per Campostrini, il Bacàn è un esempio della straordinaria dinamicità della laguna, ma le sue trasformazioni richiedono uno studio approfondito per comprendere e gestire i futuri cambiamenti di questo delicato ecosistema.








