A dieci anni dal referendum sulla Brexit, nel Regno Unito cresce il fronte di chi considera l’uscita dall’Unione Europea un errore storico. Ma il ritorno a Bruxelles resta un percorso politicamente delicato.

Dieci anni dopo il voto che portò il Regno Unito fuori dall’Unione Europea, nel dibattito politico britannico è comparsa una nuova parola: “Brentry”. Il termine nasce dall’unione tra “Britain” ed “entry” e indica l’ipotesi di un ritorno del Paese nell’Ue, un tema che fino a poco tempo fa sembrava quasi impronunciabile e che invece sta tornando con forza nella discussione pubblica.

La Brexit viene ormai descritta da molti osservatori, economisti ed esponenti politici come una scelta molto costosa per Londra. Il calo della crescita, le difficoltà commerciali, l’indebolimento del peso internazionale britannico e la frattura con il continente (banalmente, l’introduzione dell’ETA è una delle conseguenze del post-Brexit, che ha interrotto la libertà di movimento per i cittadini europei) hanno alimentato una riflessione sempre più esplicita sul possibile riavvicinamento all’Europa.

Il problema, però, è politico prima ancora che tecnico. Il Labour di Keir Starmer vorrebbe rafforzare i rapporti con Bruxelles, ma senza arrivare a promettere un rientro nell’Unione. Una posizione prudente, pensata per non perdere consenso nelle aree operaie e più euroscettiche del Paese, ma che rischia di scontentare gli elettori più giovani, urbani e apertamente europeisti.

Brentry: il Labour diviso tra nostalgia europea e paura dell’elettorato brexitiano

La questione europea è tornata a creare tensione dentro il Partito Laburista. L’ex ministro della Sanità Wes Streeting, tra i possibili successori di Keir Starmer, ha definito la Brexit un errore gravissimo e ha sostenuto che, prima o poi, il Regno Unito dovrà tornare nell’Unione Europea. Parole simili erano arrivate anche dal sindaco di Manchester Andy Burnham, che in passato aveva espresso il desiderio di rivedere il Paese dentro un’Europa unita.

Negli ultimi giorni, però, Burnham ha scelto una linea più cauta. Per puntare alla leadership del Labour e quindi, eventualmente, a Downing Street, deve prima conquistare un seggio parlamentare. Il problema è che la circoscrizione in cui potrebbe candidarsi, Makerfield, vicino Manchester, è un territorio fortemente favorevole alla Brexit: nel referendum del 2016 l’uscita dall’Ue vinse lì con circa il 65% dei voti, molto oltre il 52% nazionale.

Per questo Burnham ha ridimensionato il tema, spiegando che il ritorno nell’Ue appartiene a una prospettiva di lungo periodo e non alla sua agenda immediata. Una prudenza che racconta bene il dilemma laburista: parlare apertamente di Europa può entusiasmare una parte dell’elettorato, ma può diventare rischioso nei collegi dove il voto pro-Brexit resta ancora molto radicato.

Farage usa la “Brentry” contro il Labour

La divisione interna al Labour è terreno fertile per Nigel Farage e per Reform UK. Il leader populista, tra i principali artefici della Brexit, accusa i laburisti di voler cancellare il risultato del referendum e di preparare un ritorno mascherato nell’Unione Europea.

Farage ha già annunciato battaglia contro Burnham nell’eventuale elezione suppletiva di giugno e punta a trasformare il tema europeo in un’arma elettorale. Dopo i buoni risultati ottenuti alle amministrative e con i sondaggi favorevoli in vista delle politiche del 2029, Reform cerca di presentarsi come l’unico vero difensore della Brexit.

Per la destra populista, accusare il Labour di voler rientrare nell’Ue può essere utile sia nel breve periodo, per colpire i candidati laburisti nei collegi più euroscettici, sia nel lungo periodo, per polarizzare il voto nazionale. Il tema dell’immigrazione resta centrale in questa strategia: anche se l’immigrazione dall’Ue non è più il punto principale del fenomeno migratorio britannico, Farage e i conservatori continuano a legare Europa, confini e sicurezza in un unico discorso politico.

Starmer punta al “reset”, ma non supera le sue linee rosse

Keir Starmer, durante il referendum del 2016, era schierato per restare nell’Unione Europea. Quando è diventato leader del Labour, però, ha scelto un approccio più pragmatico: accettare il risultato della Brexit, ma lavorare per ricostruire rapporti più solidi con Bruxelles.

Dopo la vittoria elettorale del 2024, il premier britannico ha avviato un “reset” con l’Unione Europea. La nuova fase punta a rafforzare la cooperazione in settori come sicurezza, difesa, ricerca scientifica, scambi universitari e commercio. La crescente freddezza degli Stati Uniti di Trump verso l’Europa, insieme alla guerra in Ucraina, ha reso ancora più evidente per Londra la necessità di collaborare strettamente con i partner europei.

Il reset ha già prodotto alcuni segnali concreti: maggiore cooperazione scientifica, facilitazioni per l’import-export e il possibile ritorno del Regno Unito in programmi come Erasmus, interrotto dopo la Brexit. Starmer ha anche dichiarato che il futuro britannico deve stare nel cuore dell’Europa.

Tuttavia, il premier non intende oltrepassare le sue “linee rosse”: niente ritorno nell’Ue, niente mercato unico e niente unione doganale. Una posizione che molti considerano troppo timida. Liberaldemocratici, Verdi, alcuni laburisti e una parte importante dell’establishment economico britannico spingono invece per un rientro almeno nell’unione doganale, considerato il primo passo per ridurre i danni economici della Brexit.

Come potrebbe avvenire il ritorno nell’Ue

Sul piano istituzionale, un ritorno britannico in Europa non sarebbe impossibile, ma avrebbe tempi lunghi e passaggi complessi. Il sindaco di Londra Sadiq Khan è stato tra i primi laburisti a rompere apertamente il tabù, proponendo un rientro nel mercato comune entro la fine della legislatura e una piena adesione all’Ue come punto del programma elettorale per il 2029.

Secondo Khan, non sarebbe per forza necessario un referendum per avviare alcuni passaggi intermedi. La storia britannica offre un precedente: nel 1973 il Regno Unito entrò nella Comunità Economica Europea con un voto del Parlamento, mentre il referendum arrivò solo due anni dopo per confermare quella scelta.

In teoria, quindi, Westminster potrebbe approvare il ritorno nell’unione doganale o nel mercato unico senza una consultazione popolare. Per una piena adesione all’Ue, però, l’opinione prevalente è che servirebbe un nuovo referendum, vista la portata politica e simbolica della decisione.

I sondaggi mostrano un quadro molto diverso rispetto al 2016: una larga maggioranza dei britannici vorrebbe rapporti più stretti con Bruxelles e oltre metà dell’elettorato sarebbe favorevole a rientrare nell’Unione Europea. Ma lo zoccolo euroscettico resta forte, alimentato dalla destra, da parte della stampa conservatrice e dal disagio economico delle aree più fragili del Paese.

Anche Bruxelles avrebbe voce in capitolo. In molti Paesi europei l’idea di riaccogliere il Regno Unito trova consenso, ma resterebbero diversi nodi tecnici: tempi dei negoziati, condizioni di adesione, eventuale rinuncia alla sterlina, rapporto con l’euro e precedenza rispetto agli altri Paesi già candidati all’ingresso.

Per il Labour, la “Brentry” è quindi una questione esplosiva. Una linea troppo prudente rischia di far perdere voti verso Verdi e Liberaldemocratici nelle città e tra i giovani; una posizione troppo netta sul ritorno nell’Ue potrebbe invece rafforzare Reform nelle aree ex operaie del Nord, la cosiddetta Red Wall, dove il messaggio populista continua ad avere presa.

È il paradosso che oggi blocca Starmer: dire che il Regno Unito deve stare nel cuore dell’Europa, ma senza promettere davvero il ritorno in Europa. Una posizione intermedia che potrebbe non bastare più, mentre nel Paese che ha inventato la Brexit prende forma, lentamente, l’idea opposta: la Brentry.