Storie di barricate, d’incontri fra culture, di case colorate, circoli ricreativi, vecchie osterie e di uno spirito accogliente capace di attraversare i secoli.

Di là dall’acqua”. È così che i parmigiani chiamano l’Oltretorrente, rimarcando – casomai non fosse sufficientemente chiaro – dove il quartiere sorge: di là dal torrente Parma, al di qua del quale si estende invece l’elegante centro storico. Quasi due città distinte – nel periodo di Parma Capitale Italiana della Cultura contrassegnate da un cartello che ne indicava il confine – entrambe con due caratteri marcati. Da una parte una città raffinata e benestante, con monumenti di pregio, ristoranti affollati, negozi costosi e un viavai di turisti e abitanti ben vestiti; dall’altra, un quartiere multietnico, colorato e vivace, orgoglioso e radicalmente popolare.

Foto: Giulia Foschi

Le origini e l’identità

L’Oltretorrente affonda le sue radici nei secoli in cui Parma iniziò a espandersi oltre il corso d’acqua che le faceva da naturale confine. Storicamente popolare, ha sempre accolto abitanti provenienti da ogni dove. Il suo tessuto medievale venne in gran parte stravolto durante il ventennio fascista, quando demolizioni massicce cancellarono borghi caratteristici e introdussero assi ortogonali come via Costituente. La guerra e il dopoguerra completarono l’opera, con bombardamenti e nuovi abbattimenti che eliminarono chiese e isolati storici. Nonostante le perdite, il quartiere conserva scorci riconoscibili con case semplici e colorate, mantenendo quella vocazione all’accoglienza che ancora oggi lo rende la zona multiculturale della città.

Foto: Giulia Foschi

Al contempo, il quartiere è anche profondamente parmigiano: nonostante molte delle osterie di allora abbiano chiuso o si siano trasformate in ristoranti di alto livello, nascosti dietro a stretti corridoi che conducono nei cortili interni resistono bar e ritrovi storici come il Circolo Ricreativo Pedale Veloce (fu Taverna Rossa), in Borgo Bernabei, dove bere un bicchiere di Lambrusco o di Malvasia con i soci del circolo e, il giovedì sera, gustare la torta fritta, in un’atmosfera che fuori di qui sembra scomparsa. Un altro simbolo dell’anima dell’Oltretorrente è La Paz, la squadra di calcio di quartiere che sin dalla sua nascita, nel 2010, unisce studenti universitari fuori sede, richiedenti asilo e rifugiati politici provenienti da ogni parte del mondo. È così che, nel corso dei decenni, l’Oltretorrente attraversa la storia con un’immutata vocazione all’accoglienza.

Foto: Giulia Foschi

“Balbo, a t’é pasä l’Atlàntic, mo miga la Pärma”: le barricate del ’22

Le Barricate dell’agosto 1922 sono l’episodio che più di ogni altro ha segnato l’identità dell’Oltretorrente. Quando le squadre fasciste guidate da Italo Balbo tentarono di entrare nel quartiere, incontrarono una resistenza inaspettatamente compatta. L’esito dello scontro è racchiuso in una frase diventata iconica: “Balbo, hai attraversato l’Atlantico, ma non il torrente Parma” (si dice al femminile, la Parma) – decisamente più incisiva nella sua forma dialettale. Quella scritta campeggia ancora oggi sull’argine, ripassata con l’inchiostro di anno in anno. A organizzare la resistenza fu Guido Picelli, deputato socialista e figura centrale dell’antifascismo locale, che trasformò il dedalo delle strade oltre il torrente in un baluardo popolare. Accanto a lui operarono militanti, donne, ragazzi e semplici abitanti. Le barricate – fatte di mobili, assi, carrozze rovesciate – resistettero per giorni, diventando il simbolo di una comunità compatta e determinata, capace di opporsi a un’aggressione violenta grazie alla propria coesione.

Foto: Giulia Foschi

Itinerario nel quartiere

L’Oltretorrente è tagliato a metà da via d’Azeglio, lungo la quale, oltre a negozi, bar e ristoranti di ogni genere, s’incontra l’Ospedale Vecchio: fondato nel XV secolo come struttura di assistenza per pellegrini e bisognosi, oggi è un polo culturale e archivistico che ospita biblioteche, mostre ed eventi. A Nord di via d’Azeglio, tutta la parte superiore del quartiere è occupata dal Parco Ducale: il grande giardino boscoso voluto dai Farnese nel XVI secolo come spazio di rappresentanza della corte è organizzato su larghi viali regolari alberati ed è stato arricchito nei secoli da sculture, laghetti, fontane e padiglioni. Attraversato ogni giorno da studenti, sportivi e famiglie, è un crocevia tra il quartiere popolare e la città elegante. Ancora oggi s’incrociano bambini che sfrecciano sui “grilli”, colorati tricicli a sedile d’epoca muniti di volante che hanno resistito allo scorrere del tempo (esistono dagli anni Cinquanta!).

Foto: Giulia Foschi

A Sud di via d’Azeglio il quartiere si sviluppa in un dedalo di viuzze (Borghi) e piazzette. Su Piazza Guido Picelli – circondata da bar frequentati e, d’estate, piena di chioschi e tavoli all’aperto – si affaccia la chiesa di Santa Maria del Quartiere, oggi sede della comunità ortodossa moldava e romena; a pianta esagonale, è sovrastata da una bellissima e grande cupola affrescata nel 1600 da Bernabei. Altro centro nevralgico del quartiere è piazzale Inzani, “isola” trapezoidale  racchiusa tra alte case colorate con locali animati e negozi etnici. Ancora più a Sud s’incontra via della Salute, l’iconica strada dalle case di tutti i colori: voluta nel 1855 da Luisa Maria di Berry, duchessa degli Stati Parmensi, ospita un primo esempio di case popolari: a tre piani, con orto e cortile interno nonché – cosa più unica che rara all’epoca – dotate di servizi e acqua potabile. Tornando su via D’Azeglio, all’estremità Est,  Piazzale Corridoni – con la statua dell’omonimo eroe di guerra – segna infine l’uscita dal quartiere dal Ponte di Mezzo, oltrepassato il quale si fa ritorno al centro di Parma: di qua dall’acqua.

Foto: Giulia Foschi