Sei Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno chiesto di discutere una tassa comunitaria sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. L’obiettivo sarebbe recuperare risorse da destinare a famiglie e imprese colpite dal caro-energia, ma la misura presenta diversi nodi da sciogliere.
Mentre si avvicina la scadenza del taglio sulle accise del diesel, la discussione sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere torna al centro del confronto europeo. Alcuni giorni fa sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, hanno promosso una proposta per valutare l’introduzione di una tassa a livello comunitario sui maggiori guadagni realizzati dalle società del settore petrolifero.
L’idea è quella di creare nuovo gettito pubblico da utilizzare per finanziare interventi a sostegno di consumatori e imprese, ancora alle prese con gli effetti del caro carburanti. Nel nostro Paese non è solo il diesel ad essere rincarato pesantemente: la benzina ha superato i 2 euro al litro in diverse regioni italiane. E lo sconto sulle accise sta solo tamponando una situazione che resta grave: in Italia fare rifornimento carburante è sempre più oneroso.
Nel mirino della proposta ci sarebbero soprattutto le attività di raffinazione e distribuzione dei carburanti, dove i margini sono cresciuti in modo significativo. Tuttavia, la Commissione europea ha ricordato che la tassazione degli extraprofitti resta competenza degli Stati membri, pur nel rispetto del diritto europeo. Intanto alcuni studi stimano in miliardi di euro i profitti aggiuntivi realizzati dalle principali compagnie petrolifere nei primi sei mesi del 2026.
Di seguito analizziamo i dettagli della proposta e in che modo potrebbe aiutare i consumatori e le imprese nell’ottica di risparmiare su diesel e benzina.
Caro carburanti, la proposta dei Paesi Ue: tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere
La richiesta è arrivata attraverso una lettera firmata dai ministri delle Finanze di Germania, Italia, Austria, Polonia e Portogallo, insieme al ministro dell’Economia spagnolo. Il documento è stato inviato al ministro delle Finanze irlandese, in quanto l’Irlanda detiene la presidenza di turno dell’Unione europea.
I firmatari hanno chiesto di inserire il tema di una possibile tassa sugli extraprofitti nell’agenda della prossima riunione dei ministri delle Finanze dell’Ue, prevista a Dublino. L’attenzione si concentra in particolare sui comparti della raffinazione e della distribuzione dei carburanti, considerati tra quelli più esposti alla crescita dei margini.
Sul piano nazionale, in Parlamento si inizia a discutere se muoversi senza attendere necessariamente un accordo europeo. Secondo diverse voci politiche, in attesa che la proposta trovi un eventuale consenso a Bruxelles, l’esecutivo dovrebbe introdurre una tassa sugli extraprofitti direttamente in Italia.
La Commissione europea, interpellata sull’ipotesi di un’iniziativa comunitaria, ha però chiarito che la materia fiscale resta nelle mani dei singoli Stati. Una portavoce ha spiegato che i governi nazionali possono già usare i propri strumenti fiscali per affrontare questioni di equità sociale e per introdurre, se lo ritengono, misure come la tassazione degli extraprofitti.
I vincoli europei e il precedente del 2022
La possibilità di agire a livello nazionale non significa assenza di regole. La Commissione ha infatti sottolineato che eventuali interventi dovranno comunque essere compatibili con il diritto dell’Unione europea.
Bruxelles ha precisato che rispetterà le decisioni degli Stati membri e potrà fornire supporto, indicazioni e buone pratiche sulle misure nazionali. Allo stesso tempo, valuterà l’impatto di eventuali tasse sul mercato unico, per evitare distorsioni o effetti indesiderati tra i diversi Paesi.
Un precedente esiste già. Nel 2022 e nel 2023, durante la crisi energetica innescata dalla guerra tra Russia e Ucraina, l’Unione europea introdusse un contributo di solidarietà sugli extraprofitti. Quella misura permise agli Stati europei di raccogliere quasi 29 miliardi di euro.
La cifra fu molto rilevante, ma coprì meno del 10% delle risorse complessivamente spese dai governi per sostenere famiglie e imprese contro il caro-energia. Proprio per questo oggi il tema torna nel dibattito: una nuova tassa potrebbe contribuire a finanziare aiuti, ma difficilmente sarebbe sufficiente da sola a coprire l’intero costo delle misure di sostegno.
Le cifre degli extraprofitti nel 2026
Secondo uno studio di Transport & Environment, nella prima metà del 2026 otto grandi compagnie petrolifere hanno generato in Europa circa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran del 28 febbraio 2026.
Le società considerate sono Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv e Moeve. A livello globale, gli extraprofitti stimati ammonterebbero a circa 17,9 miliardi di euro: 3,7 miliardi nel primo trimestre e 14,2 miliardi nel secondo.
La quota attribuita all’Ue-27 sarebbe pari a 7,495 miliardi, cioè circa il 42% del totale mondiale. Di questi, 1,6 miliardi sarebbero stati realizzati nel primo trimestre, che comprendeva un solo mese di guerra, mentre 5,9 miliardi sarebbero arrivati nel secondo trimestre, il primo interamente segnato dal conflitto.
Sono numeri che spiegano perché diversi governi guardino con interesse a un prelievo straordinario. L’obiettivo sarebbe intercettare una parte dei profitti legati a condizioni eccezionali di mercato e destinarla a interventi di compensazione per cittadini e imprese.
I possibili rischi per raffinazione e approvvigionamenti
La tassa sugli extraprofitti, però, solleva anche alcune criticità. Uno dei punti più delicati riguarda il settore della raffinazione, in particolare la produzione di gasolio. I margini delle raffinerie europee sono ai massimi storici anche perché il gasolio è scarso, complice un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, dalla crisi di Hormuz e dagli effetti del conflitto legato alla Russia.
In questo scenario, un prelievo sui profitti potrebbe avere conseguenze sugli investimenti, sulle scorte e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Il rischio segnalato da alcuni osservatori è che una tassazione mal calibrata finisca per rendere più fragile un comparto da cui l’Europa dipende ancora in larga parte, soprattutto perché il continente importa quote significative di gasolio.
La questione, quindi, resta complessa. Da un lato c’è l’esigenza di redistribuire parte dei guadagni straordinari realizzati dalle compagnie petrolifere in una fase di prezzi elevati. Dall’altro c’è la necessità di non compromettere la stabilità del mercato energetico e la continuità degli approvvigionamenti. Proprio su questo equilibrio si giocherà il confronto europeo nelle prossime settimane.








