Autovelox e multe: cosa sta succedendo davvero e cosa può fare chi ha ricevuto delle multe? Ecco quanto detto dalla Corte di Cassazione.
Negli ultimi mesi si è fatto largo il dubbio che tutti gli autovelox utilizzati in Italia possano essere non omologati. Ma è davvero così? E, soprattutto, che conseguenze può avere per chi ha ricevuto una multa per eccesso di velocità? Molte persone, spinte dalla confusione e dalla speranza di risparmiare soldi e punti della patente, si pongono oggi una domanda precisa: quelle multe sono davvero valide e possono essere annullate? La risposta non è univoca, ma c’è un elemento chiave da tenere in considerazione: lo stato di omologazione dell’apparecchio che ha registrato l’infrazione.
Cosa bisogna sapere sulle multe dell’autovelox? Ed eventualmente, come ottenere il rimborso delle sanzioni comminate da autovelox non legali? Proviamo a rispondere nelle prossime righe.
Multe da autovelox: come contestarle?
È la domanda che in molti si stanno facendo: una sanzione rilevata tramite autovelox o telelaser è automaticamente nulla? Non sempre, ma ci sono margini concreti per la contestazione delle multe. Il punto centrale è verificare se l’apparecchiatura utilizzata era omologata oppure solo approvata, due passaggi distinti previsti dalla normativa.
Per controllare, è necessario leggere attentamente il verbale ricevuto: dovrebbe essere indicato il decreto con cui è stato autorizzato l’utilizzo di quello specifico dispositivo. A partire da quel riferimento normativo (facilmente consultabile online), si può verificare se si tratta di un semplice nulla osta oppure di una vera e propria omologazione.
Se nel testo non compare alcun riferimento all’omologazione, è possibile avviare un ricorso, rivolgendosi al prefetto (entro 60 giorni) o al giudice di pace (entro 30 giorni). In alcuni casi, è sufficiente cercare online il nome dell’autovelox indicato nel verbale per capire se il dispositivo è stato omologato oppure no.
Ma com’è possibile essere arrivati a questa situazione?
La questione affonda le radici in una lacuna normativa che si protrae da oltre trent’anni. Dal 1992, infatti, manca una regolamentazione chiara e univoca sull’omologazione degli strumenti per il rilevamento della velocità. La miccia è esplosa con una decisione della Corte di Cassazione del 29 febbraio 2024 (ordinanza n. 10505), che ha dato ragione all’avvocato Andrea Nalesso in un contenzioso contro il Comune di Treviso. In quell’occasione, la Corte ha ribadito tre concetti fondamentali:
- I dispositivi di rilevamento della velocità devono essere obbligatoriamente omologati, come previsto dall’articolo 142 del Codice della Strada;
- Approvazione e omologazione non sono la stessa cosa: la prima è solo il primo passo, la seconda è ciò che rende un dispositivo realmente valido per l’uso su larga scala;
- Senza omologazione, l’utilizzo di questi strumenti non può essere considerato regolare ai fini sanzionatori.
Cosa stanno facendo le istituzioni per risolvere il problema
Di fronte a questo scenario, molti enti locali – Comuni in primis – denunciano un vuoto normativo: non esisterebbero istruzioni chiare su come ottenere l’omologazione degli strumenti. Nel tentativo di colmare la lacuna, il governo ha emanato a gennaio una circolare che equipara approvazione e omologazione, ma secondo molti esperti (e alla luce della posizione espressa dalla Cassazione) questa misura non è sufficiente a chiarire i dubbi giuridici e pratici.
Si parla quindi di un possibile intervento normativo più strutturato. Una prima bozza di decreto autovelox è stata presentata, ma successivamente ritirata, segno che il tema resta delicato e ancora in fase di elaborazione. Nel frattempo, resta valida la possibilità, per chi riceve una multa da autovelox, di verificarne attentamente la legittimità e valutare se ci siano gli estremi per presentare ricorso.








