I dazi sulle auto degli Usa alle vetture provenienti dall’estero sono entrati in vigore ad aprile 2025, mentre il 3 maggio sono scattati quelli sull’importazione dei componenti. È questo aspetto il fattore decisivo per cui aumenterà il prezzo di tutte le auto, americane e non. Scopriamo perché.

Negli ultimi mesi i dazi americani annunciati dal presidente Donald Trump hanno catalizzato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Soprattutto, hanno generato forti perdite sui mercati finanziari. Tra modifiche in corso d’opera, annunci di una possibile esenzione temporanea, accordi sui dazi reciproci Usa-Cina e molto altro ancora, la situazione è rimasta estremamente fluida e delicata. Il tutto tenendo presente anche la perdurante crisi del mercato globale dell’auto.
Tra le varie situazioni, con i dazi sulle auto elettriche americane si rischia l’effetto boomerang. Ciò è dovuto al fatto che buona parte dei componenti proviene da altri paesi. Nessuna BEV esce al 100% da fabbriche all’interno degli Stati Uniti. Ma questa motivazione è alla base del possibile rincaro di ogni tipo di veicolo, indipendentemente dal luogo di fabbricazione, in seguito all’introduzione dei dazi di Trump sulle auto e sui componenti al 25%.

Dazi auto USA: perché sono un problema globale

Secondo un approfondimento del Corriere della Sera – a cura di Francesco Bertolino e Milena Gabanelli –  ogni anno negli Stati Uniti si vendono 16 milioni di auto (dato 2024). Quasi la metà sono di importazione estera (46%). I principali paesi esportatori di veicoli negli USA risultano Messico (2,5 milioni all’anno), Corea del Sud e Giappone (circa 1,5 milioni), Canada (poco più di 1 milione) e Germania (0,5 milioni).
Non solo: un’automobile è composta, dalle semplici viti e guarnizioni fino alle parti più corpose, di circa 20.000 pezzi. Tali componenti sono prodotti da altrettante migliaia di imprese in tutto il pianeta e in decine di paesi diversi. Su ciascuno di essi vanno ora a gravare i dazi. Si stima che, soltanto per i marchi statunitensi, i prezzi potrebbero aumentare da 3.000 a 20.000 dollari a seconda del modello preso in considerazione.
Tuttavia l’effetto, grazie all’enorme complessità della filiera dell’automotive, si farà sentire anche sui veicoli di fabbricazione europea e asiatica. Risulta pressoché impossibile ricostruire l’esatto percorso di una valvola, di una batteria auto o di un sedile. Così come di pezzi che attraversano persino varie fasi di lavorazione tra un paese e l’altro, ad esempio le centraline. Su ogni passaggio gravano i relativi dazi, adottati anche come contromisura dagli stati colpiti e non solo dagli Stati Uniti.

Le riduzioni sui dazi sono impossibili?

In seguito alle pressioni da parte delle case produttrici, la Casa Bianca ha introdotto una temporanea riduzione. Tuttavia, per evitare il 25% di dazi, secondo un complesso meccanismo biennale di detrazione i veicoli devono avere almeno l’85% di componenti di produzione statunitense nel 2025. Nel 2026 la soglia salirà al 90%.
Tuttavia – sottolinea lo studio del Corriere – in base ai dati diffusi dagli stessi produttori su 549 modelli venduti negli USA nessuno sarebbe in grado di beneficiarne. Anzi, la maggioranza di essi ha una bassissima percentuale di parti nordamericane, intorno al 10%, e una parte addirittura zero.
Alcuni esempi: la Dodge Hornet (gruppo Stellantis) è prodotta al 56% in Italia, mentre, la Chevrolet Trailblazer al 52% in Corea del Sud e la Ford Lincoln Nautilus addirittura all’87% in Cina, paese che già subisce pesantissimi dazi sulle auto elettriche cinesi, imposti da USA, Canada e Unione Europea. Paradossalmente il modello più “a norma” rispetto ai dazi auto USA è… coreano. Si tratta della Kia EV6, assemblata in Georgia e con 80% di componenti nordamericani, mentre al 75% ci sono Tesla Model 3 e Honda Ridgeline.