L’Italia paga dazio. Non è un modo di dire: è la realtà che si profila all’orizzonte, con i dazi americani annunciati da Donald Trump e che interessano l’Unione Europea e gran parte del mondo. Scopriamo cosa sono, come funzionano e quali effetti avranno sul Made in Italy.
Il 2 aprile 2025 il presidente Trump ha annunciato, nei confronti di oltre 100 paesi, l’introduzione di dazi sulle merci estere importate negli USA. In particolare, sull’Unione Europea (e quindi sull’Italia) graveranno dazi del 20%, sulla Gran Bretagna del 10% e sul Giappone del 24%. Molti governi hanno annunciato a loro volta il varo di dazi contro gli Stati Uniti.
Ancor più pesante il discorso che riguarda la Cina, considerata il maggior avversario economico di Washington. Verso Pechino i nuovi dazi sono del 34%, che si sommano a quelli del 20% già in vigore dal 4 febbraio, per un totale del 54% di tassazione doganale sulle merci provenienti da lì. Il gigante asiatico, inoltre, era già stato colpito dai dazi sulle auto elettriche cinesi, imposti anche da Canada e UE.
Approfondiamo ora in cosa consistono i dazi americani, che appaiono sorprendenti dopo decenni di globalizzazione e libero scambio, e quali conseguenze avranno sull’economia.
Cosa sono i dazi e a cosa servono
Il dazio, per definizione, è una tassa indiretta che condiziona la circolazione di beni tra uno stato e l’altro. Si tratta di una tariffa doganale sulle merci che un paese può imporre per tutelare la propria economia interna, rendendo sconveniente l’importazione di un determinato prodotto.
I dazi americani voluti da Trump puntano dunque a rendere più cari i prodotti in arrivo negli Stati Uniti. L’obiettivo di difendere l’industria nazionale dalla concorrenza estera. Inoltre, una “guerra commerciale” contro un colosso come gli USA rischia di essere svantaggiosa pressoché per tutti gli altri paesi, anche a livello politico e diplomatico.
Come funziona un dazio? Se un’impresa statunitense importa un prodotto da un paese straniero, tale impresa dovrà pagare al fisco una tassa sul valore di quel prodotto, in base alla percentuale stabilita per ciascun paese di provenienza. Per sostenere l’onere, l’azienda importatrice potrebbe a sua volta alzare i prezzi, scaricando l’aumento sui consumatori.
Come si calcolano i dazi americani
I dazi si esprimono in percentuale sul prezzo di vendita di ogni prodotto. Gli Stati Uniti fissano una percentuale variabile. Ad esempio, si va dal 49% per la Cambogia al 32% per Taiwan, dal 31% per la Svizzera al 26% per l’India, e così via. Appaiono più basse le tariffe verso alcuni storici partner di Washington: 17% per Israele, 10% per Regno Unito, Emirati Arabi e Arabia Saudita.
La soglia minima di base per tutti è del 10%. Ad essa la Casa Bianca ha aggiunto quelli che Trump ha definito “dazi reciproci”. Si tratta di imposte aggiuntive che si calcolano in base alle misure doganali che gli altri paesi già adottano sulle importazioni dagli Stati Uniti.
Quando entrano in vigore i dazi
Donald Trump, nel suo discorso del 2 aprile, non ha specificato la data di entrata in vigore dei dazi. Tuttavia, stando alle dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, il 5 aprile alle ore 12:01 (le 6:01 italiane) partono i dazi di base al 10% per tutti i paesi, mentre dal 9 aprile, sempre alle 12:01 (le 6:01 italiane) si aggiungono i dazi reciproci variabili da Stato a Stato.
Diverso il discorso per i dazi sulle auto partiti già il 2 aprile (non si parla più solo di dazi alle auto elettriche). Tutti i dazi già attivi – come quelli gravanti su Canada e Messico (sempre al 25% su determinati prodotti e operativi dal 4 marzo) e gli altri già adottati su alluminio e acciaio – non si andranno ad aggiungere ai nuovi dazi.
Tra le prime conseguenze, il calo in borsa delle azioni di società americane che hanno in Asia importanti catene di fornitura, tra cui Nike, Amazon e Apple, e di società estere particolarmente esposte al commercio con gli Stati Uniti.
I dazi americani verso Italia ed Europa
I dazi americani sui prodotti dell’Unione Europea oggetto di importazione negli Stati Uniti sono del 20%. Tale percentuale riguarda quindi anche i prodotti italiani, perché la UE è un’unione doganale. L’aliquota deriva dal fatto che gli USA intendono tassare i paesi esportatori con un dazio pari alla metà di quello stabilito nei loro confronti: l’Unione Europea è al 39%.
Secondo le stime di Coldiretti, dato che l’export italiano ha gli States tra i principali partner commerciali, si prevede per i consumatori statunitensi dell’agroalimentare Made in Italy un rincaro di 1,6 miliardi e un calo delle vendite che inoltre potrebbe favorire la diffusione di prodotti contraffatti.
Anche Federvini-Confindustria sottolinea che il comparto del vino italiano vale oltre 2 miliardi di esportazioni oltreoceano, coinvolgendo 40.000 imprese e 450.000 lavoratori lungo l’intera filiera.
Cosa cambia per le auto?
Neppure per il settore automotive ci sarà una frenata da parte di Trump: il 2 aprile sono entrati in vigore i dazi al 25% su tutti i veicoli prodotti all’estero, con poche eccezioni tra i paesi del Nord America.
Quindi non si tratta più solo di dazi sulle auto elettriche prodotte in UE, ma viene invece compreso ogni tipo di veicoli a motore. Sono inoltre inclusi i componenti delle auto ancora da assemblare.
La misura potrebbe avere un fortissimo impatto sull’economia mondiale e in particolare sull’intera industria dell’auto, in crisi da tempo.
Fonte foto: sito White House








