L’11 marzo 2025 i cittadini groenlandesi si sono recati alle urne per decidere il futuro politico del Paese. L’esito di queste elezioni potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti con la Danimarca e ridefinire il ruolo dell’isola sulla scena internazionale. 

Ieri – l’11 marzo 2025 – i 57.000 abitanti della Groenlandia sono andati al voto in quelle che sono state probabilmente le elezioni più importanti nella storia del Paese artico. Il Paese sembra pronto a una svolta storica: le opposizioni indipendentiste e sovraniste hanno ottenuto una netta vittoria, ponendo nuove incognite sul futuro dell’isola e, soprattutto, sui rapporti con la Danimarca.

Il risultato elettorale potrebbe quindi accelerare il processo di separazione da Copenaghen? Nel frattempo, cresce la pressione internazionale, in particolare dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nell’ultimo periodo non ha nascosto un forte interesse per il territorio groenlandese (e non solo).

Elezioni in Groenlandia, i risultati: vincono indipendentisti e sovranisti

A dispetto delle previsioni, il centrodestra indipendentista ha dominato le urne. Con 65 sezioni scrutinate su 72 e il voto della capitale ancora in fase di conteggio, il partito Demokratii ha già conquistato il 29,9% delle preferenze, venti punti in più rispetto al 2021. Il partito, storicamente scettico sull’indipendenza, ha virato verso una posizione favorevole a un distacco graduale dalla Danimarca, sostenendo ora un modello economico più business-oriented per la transizione.

L’altra grande sorpresa è il partito Naleraq, di orientamento sovranista, che ha raddoppiato i consensi rispetto alle precedenti elezioni, raggiungendo il 24,5%. Fortemente favorevole a un referendum per la secessione immediata, Naleraq ha già annunciato che spingerà per una consultazione popolare entro la fine della legislatura, quindi prima del 2028.

Dall’altro lato, i partiti del governo uscente hanno invece subito un crollo piuttosto importante. Il centrosinistra ambientalista di Inuit Ataqatigiit è sceso dal 36,6% al 21,4%, mentre i socialdemocratici di Siumut si sono dimezzati, passando dal 29,5% al 14,7%. Con risultati come questi, la coalizione uscente non ha più i numeri per governare.

Anche se mancano ancora i dati definitivi della capitale Nuuk, il risultato sembra ormai chiaro: l’elettorato groenlandese ha premiato i partiti favorevoli all’indipendenza, anche se con strategie diverse sul percorso da seguire.

La Groenlandia resterà sotto la Danimarca?

La Groenlandia, formalmente un territorio autonomo del Regno di Danimarca, gestisce internamente la maggior parte delle politiche, ma dipende ancora da Copenaghen per la politica estera e la difesa. I risultati elettorali, però, sono evidenti: i groenlandesi sognano l’indipendenza, ma le modalità e i tempi restano incerti.

Storicamente, l’isola ha ricevuto ingenti finanziamenti dalla Danimarca, che coprono circa un terzo del suo PIL. Un’eventuale indipendenza implicherebbe la necessità di trovare nuove entrate, possibilmente attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e nuove partnership economiche.

Mentre Demokratii invita a una certa prudenza, i sovranisti di destra di Naleraq spingono per una secessione immediata dalla corona danese. C’è aria di una possibile alleanza tra i due partiti per la formazione di un governo, ma resta da vedere come si concilieranno le loro visioni diverse sulla tempistica del distacco da Copenaghen.

Trump e la pressione americana sulla Groenlandia

Le elezioni groenlandesi non sono un affare solo interno. Gli occhi degli Stati Uniti sono puntati sull’isola, e le recenti dichiarazioni del presidente Donald Trump hanno riacceso il dibattito sulla sovranità groenlandese. Trump ha infatti affermato senza mezzi termini che «gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia, in un modo o nell’altro».

L’interesse americano per la Groenlandia ha una chiara matrice geopolitica ed economica. L’isola è ricca di terre rare (chiave, non a caso, anche del conflitto tra Russia e Ucraina), materiali indispensabili per la transizione elettrica. Vengono infatti utilizzate nella produzione di batterie per auto elettriche (ma non solo), pannelli solari e dispositivi tecnologici come smartphone e computer.

Inoltre, possiede giacimenti di petrolio e gas naturale, che, con lo scioglimento dei ghiacci – conseguenza del cambiamento climatico in corso – saranno sempre più accessibili. Ma anche la sua posizione strategica è fondamentale per il controllo delle nuove rotte commerciali che si stanno aprendo nell’Artico.

Con un eventuale processo di indipendenza, Washington potrebbe tentare di aumentare la sua influenza politica ed economica su Nuuk. Stringendo alleanze con i partiti favorevoli a una maggiore apertura agli investimenti americani.

Il risultato delle elezioni di ieri pone quindi la Groenlandia al centro di un delicato equilibrio internazionale. Se il nuovo governo deciderà di accelerare verso la secessione, la partita non si giocherà solo tra Nuuk e Copenaghen, ma anche con gli Stati Uniti e altri attori globali pronti a contendersi le ricchezze dell’isola.