Donald Trump vuole Groenlandia e Canada. Ma anche il controllo sul Canale di Panama. E, già che c’è, cambiare nome al Golfo del Messico. Il prossimo presidente sarebbe intenzionato a ridisegnare la mappa degli Stati Uniti d’America. Ecco come e perché.
Il 20 gennaio 2025 il repubblicano Trump, vincitore delle elezioni presidenziali USA dello scorso novembre, si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca. In queste settimane di attesa, tuttavia, il tycoon non ha mancato di rilasciare alcune dichiarazioni di politica estera che hanno ottenuto grande risalto sui media.
Le più sorprendenti sono quelle che lasciano presagire nuove e incredibili mire espansionistiche degli Stati Uniti. Il nuovo presidente, infatti, ha espresso la volontà di esercitare il controllo su alcuni territori strategici. Alle spalle di tali esternazioni, ci sono evidenti interessi di natura economica e militare.
Trump e la Groenlandia: il ruolo delle terre rare
Della Groenlandia non si sente parlare spesso, almeno alle nostre latitudini. È una gigantesca isola nell’Artico di oltre 2 milioni di chilometri quadrati, abitata da meno di 60.000 abitanti. Una superficie grande sette volte l’Italia, ma con la popolazione di Siena. Appartiene alla Danimarca, pur godendo di autonomia, e aspira a diventare indipendente.
Trump ha dichiarato di aver bisogno della Groenlandia per motivi di «sicurezza economica». A far gola agli interessi americani ci sarebbero i giacimenti di uranio e soprattutto di terre rare, fondamentali per la produzione di batterie delle auto elettriche, un settore su cui si attende un impatto del risultato delle recenti elezioni americane.
Inoltre, dal momento che i cambiamenti climatici hanno ridotto i ghiacci della calotta artica, la Groenlandia ha visto accrescere il proprio valore di snodo strategico (il cosiddetto passaggio a nord-ovest, “scorciatoia” tra America, Europa ed Estremo Oriente). Quel tratto di mare, infatti, è sempre più percorso da navi cinesi e russe. La contrazione dei ghiacci facilita pure le perforazioni per la ricerca dei minerali.
Canada: il 51° stato USA?
Oltre alla Groenlandia, nelle mire di Donald Trump è finito il Canada. Il “grande alleato del nord”, in realtà, vanta da sempre relazioni di profonda amicizia e collaborazione con gli Stati Uniti.
Il prossimo inquilino della Casa Bianca ha proposto al premier canadese Justin Trudeau, tra l’altro dimissionario, di far diventare il suo paese il 51° stato USA. Uno scenario altamente improbabile, considerando che il Canada, oltre che il secondo stato del mondo per estensione (seppur poco densamente popolato: 40 milioni di abitanti, 20 in meno dell’Italia), è anche uno dei più ricchi e benestanti.
Molto più probabile che questa partita, più che sul piano geopolitico, si giochi invece su quello commerciale attraverso i dazi doganali, per favorire gli interessi di Washington. Un po’ come sta succedendo con i dazi sulle auto elettriche cinesi, che sono stati applicati anche dallo stesso Canada.
Panama: c’è di mezzo un canale
Passando da nord a sud, Donald Trump ha parlato spesso del Canale di Panama, il canale artificiale di 82 chilometri che dal 1914 collega gli oceani Atlantico e Pacifico e funge da cerniera tra Nord e Sud America. Su Panama gli Stati Uniti hanno sempre nutrito fortissimi interessi, con tanto di intervento militare tra 1989 e 1990, e fino al 1999 hanno interamente controllato il canale, tra l’altro costruito da loro.
Trump ha accusato il governo del piccolo ma strategico paese latinoamericano di applicare dazi ritenuti troppo alti alle navi statunitensi in transito nel canale. Su questo, inoltre, sta ampliando la propria influenza la Cina, il “nemico” commerciale per eccellenza del tycoon.
Da sottolineare che anche i traffici nel Canale di Panama sono condizionati dal cambiamento climatico: la siccità ha infatti determinato un abbassamento del livello delle acque, che può causare rallentamenti al passaggio delle navi cargo.
Trump-Messico: tra muro e golfo
Sul confine meridionale degli Stati Uniti, ha ripreso attualità la questione del Messico. Con il ritorno nel ruolo di presidente, Trump ha ribadito la volontà di riprendere e portare a compimento il muro di separazione tra i due stati. Un’operazione finalizzata a contrastare l’immigrazione clandestina e il narcotraffico.
La dichiarazione più colorita sul Messico, tuttavia, Trump l’ha offerta in conferenza stampa affermando di voler cambiare nome al Golfo del Messico, l’enorme insenatura su cui si affacciano le coste di entrambi i paesi. La denominazione suggerita è Golfo d’America, giustificata dal fatto che le attività petrolifere e ittiche che vi si svolgono sono principalmente statunitensi.
Una nuova mappa degli Stati Uniti
Se Donald Trump, durante la sua seconda presidenza, riuscisse davvero a concretizzare i suoi intenti espansionistici, ne uscirebbe fuori una mappa americana completamente ridisegnata.
A nord, gli Stati Uniti, inglobando Canada e Groenlandia, occuperebbero gran parte del continente nordamericano. E diventerebbero di gran lunga il paese più grande del pianeta: 21.984.759 chilometri quadrati. L’attuale paese più vasto, la Russia, si estende per 17.125.306 chilometri quadrati.
A sud, pur non avendo propositi di espansione territoriale, gli Stati Uniti riprenderebbero il controllo del Canale di Panama. Una situazione che, di fatto, avevano già mantenuto per tutto il Novecento. Inoltre, eserciterebbero una certa influenza sul Messico.
In tale scenario, ciò che in definitiva sembra plausibile è che i muscoli mostrati da Trump siano più che altro una chiave per il perseguimento di determinati obiettivi politici, anziché una reale volontà di sconvolgere i confini di una consistente parte del mondo.








